giovedì 19 agosto 2010

Scrivere con le unghie - Intervista alla poetessa libanese Joumana Haddad

05/06/2

Intervista alla poetessa libanese Joumana Haddad, caporedattrice della rivista Jasad

scritto per noi da
Linda Chiaramonte

Un'intelligenza acuta e una profonda capacità di analisi unite a grande sensibilità e sensualità contraddistinguono la giornalista e poetessa libanese Joumana Haddad. Donna che non ama i cliché, come dimostra la sua produzione, e che al contrario vuole ribaltarli. L'indipendenza e la libertà di pensiero sono le sue cifre stilistiche, anche a costo di risultare scomoda sostenendo posizioni impopolari.

La Haddad è fra le più importanti poetesse arabe contemporanee, dal dicembre scorso anche capo redattrice della rivista trimestrale Jasad (corpo in arabo), responsabile delle pagine culturali del quotidiano libanese an-Nahar, vincitrice del premio del giornalismo arabo nel 2006, autrice della raccolta di poesie Adrenalina, la prima pubblicata in Italia nelle scorse settimane dalle Edizioni del Leone. La rivista Jasad, specializzata nella letteratura e le arti del corpo in tutte le sue rappresentazioni, fra cui anche sessualità ed erotismo, argomenti tabù nel suo paese, la rendono un prodotto editoriale quasi rivoluzionario. Abbiamo incontrato Joumana Haddad a Bologna, ospite nei giorni scorsi della facoltà di Lingue, e le abbiamo rivolto alcune domande.

Dopo quanti anni arrivano in Italia le sue poesie?

Ho iniziato a scrivere a 12 anni, ho pubblicato il primo libro nel 1995, la prima traduzione in lingua straniera è del 2003. In tutti questi anni sono stata tradotta in inglese, francese, tedesco, spagnolo, mi pesava non esserlo ancora in italiano, lingua che amo molto.

Come definisce la sua poesia?

Scrivo con le mie unghie. Non è facile definire la mia scrittura, è un modo di scavare dentro di me, cioè dentro al mondo. Sono convinta che il mondo non sia fuori, ma dentro di noi. Scavare dentro di me mi aiuta a scoprirmi e a scoprire il mondo. Ognuno di noi è una folla, non una sola persona, e queste persone diverse a volte litigano fra loro, io le ascolto, e ascoltare queste voci e poter scrivere quello che dicono per me è la poesia.

Perché una rivista con al centro il tema del corpo, cosa l'ha spinta a farlo?

Il progetto, ideato 2 anni fa, è una sorta di figlio culturale. La rivista, di duecento pagine, distribuita in tutte le edicole del Libano, vende in zone in cui non ci si aspettava, come nella periferia sciita di Beirut. Fuori dal Libano arriva in abbonamento e molti lettori sono dell'Arabia Saudita, dove la rivista è censurata, sembrerebbe una contraddizione, in realtà non lo è. È logico che proprio in quei luoghi ci sia più curiosità. A volte la censura contribuisce alla distribuzione. La rivista non si occupa solo di sessualità e del corpo 'erotico', questa è solo una delle rappresentazioni, anche se è stata definita la prima rivista che parla di sesso nel mondo arabo. Di Jasad sono anche editrice, lo stampatore preferisce restare anonimo per evitare fastidi. Purtroppo non c'è pubblicità, ho finanziato il progetto da sola. Per me era importante che la rivista uscisse in formato cartaceo, per lanciare una sfida di concretezza, che fosse in arabo per il peso che ha la lingua, e che non avesse pseudonimi per un'assunzione di responsabilità nella scrittura. Collaborano freelance di tutto il mondo arabo: Siria, Egitto, Giordania, Marocco, Arabia Saudita, ci sono ancora poche donne. A spingermi a realizzarla è stato un bisogno. Ho sempre scritto sul tema del corpo, così quando ho deciso di avviare questo progetto editoriale, la scelta è stata naturale. Il fatto che risponda ad un bisogno è dimostrato dal successo di vendite, anche perché nel mondo arabo si è giunti ormai ad un punto in cui parlare di temi relativi al corpo è diventato un tabù. Non era così in passato, ci sono libri del X, XI secolo di un erotismo e di una libertà meravigliosi. Mi è sembrata un'ingiustizia per la lingua araba privarla di questa parte essenziale del suo vocabolario, del suo potenziale capace di esprimere certi concetti, ho voluto contribuire a far cambiare un po' le cose.

Crede di essere coraggiosa per averlo fatto?

No. Piuttosto sono una donna molto ostinata che continua a fare quello che vuole fare. Forse anche questo richiede coraggio, ma sono ostinazione e passione a spingermi.

Ha ricevuto minacce per i temi trattati dalla rivista, vero?

Ci sono abituata, già per le mie poesie sono oggetto di attenzione, ma non m'interessa. Con la rivista è più evidente visto che l'influenza di un giornale è più forte della poesia, anche se vorrei fosse il contrario. È normale che accada, ma finora non sento di correre pericoli. Non ho cambiato nulla nella mia vita e non voglio farlo. Ricevo sia lettere di sostegno che di insulti.

La rivista, che esce nelle edicole del Libano e solo in lingua araba, tratta però temi universali. Esiste una declinazione libanese del corpo?

Non è destinata solo al Libano, ma a tutto il mondo arabo. Non credo alla definizione del corpo libanese o arabo. Il corpo è il corpo, è un linguaggio universale, è proprio questa la sua bellezza. È una cosa che ci riguarda tutti. Quando si fa un incontro d'amore con una persona di cui non si parla la lingua, i corpi parlano e si capiscono, non c'è bisogno di parole e di altri punti comuni. Già questa è una lingua universale. La ragione per cui ho scelto l'arabo è per lanciare una sfida a questa società e a questa cultura che negano ad una lingua bellissima il diritto di esprimere certe cose. Non credo che il corpo libanese abbia delle particolarità necessariamente diverse, abbiamo i nostri problemi, ma ce ne sono alcuni che condividiamo con tutto il mondo, ad esempio la violenza fisica e psichica. La rivista non è fatta per il corpo degli arabi e non parla del corpo degli arabi, ma parla del corpo dagli arabi agli arabi. Ci sono diversi cliché sulla donna araba molto diffusi in occidente fra cui il velo, l'essere musulmana e sottomessa. Il pericolo che si corre per il Libano è anche quello di cadere in un anti cliché. È vero che nel mio paese, molto diverso dall'Arabia Saudita, ci sono tante contraddizioni e che ci sono donne emancipate, ma non lo sono per la legge. La realtà della donna libanese è difficile, piena di frustrazioni, oppressione, spesso chi vive la sua libertà lo fa in maniera superficiale, senza andare in fondo nelle battaglie sociali. Ricorrendo ad esempio ad un uso eccessivo della chirurgia estetica quasi come fosse uno strumento per conquistare emancipazione. Perciò non esiste una donna araba, non so se io lo sono, alcuni elementi tipici non si applicano a me. Ci sono molte idee formate che si vorrebbero confermare parlando di donna araba, ma ci sono ben 22 paesi arabi diversi, fatti di donne altrettanto diverse fra loro. Nel mio paese donne in minigonna camminano fianco a fianco a donne velate, le une vorrebbero imporre la loro visione alle altre e viceversa. L'importante è rispettare le differenze e il diritto ad essere come si vuole.

Quali sono gli elementi che accomunano tutte le donne, a tutte le latitudini oltre le barriere geografiche?

È questo che m'interessa, le cose che condividiamo non solo come donne ma come esseri umani, e sono tante. Che si sia di Beirut, Bologna o della Colombia, ci sono elementi universali: l'amore, la sofferenza, la perdita, la paura, tutto quello che fa un essere umano. A volte forse sento più punti comuni con un uomo nato 50 anni fa in un luogo che non ha niente a che vedere con il mondo arabo che con la mia vicina di casa che ha vissuto le mie stesse esperienze ed ha la mia stessa età. Il fatto di essere donne ci da una certa caratteristica, ma non è l'unica cosa che ci forma, ma sono il modo in cui viviamo le esperienze, guardiamo la vita, sogniamo. Cose queste che ci fanno trovare punti in comune con gente che si penserebbe molto lontana dal proprio modo di essere. Le cose superficiali, il luogo in cui si è nati, ciò che è scritto sulla carta d'identità, il colore degli occhi, che forse si condivide con molti della propria città, non fa che si sia simili. Nella poesia Donna parlo di una gabbia costruita da altri e questo è un tema universale. Ognuno di noi, uomo, donna, africano, colombiano, ha una gabbia intorno. Ognuno può riconoscersi in questi temi, può ritrovare se stesso. Mi ha emozionata il commento di un uomo che si è ritrovato in questa poesia in cui parlo di me. Significa che ho potuto realizzare quello a cui aspiro attraverso la mia scrittura: da donna scrivere per tutti e di tutto. Non solo trasmettere il mio essere donna, ma essendolo trasmettere il mio essere un essere umano che vive, pensa, sogna, soffre, pianifica, che si sente frustrata o in una gabbia e che cerca di fuggire. La gabbia può essere politica, sociale, psichica, fisica, anche che ci si è costruiti da soli. Cosa in cui noi esseri umani abbiamo molto talento.

Jasad è una rivista araba, scritta in arabo e fatta da idee arabe. Fatta da dentro e non da fuori. Perché la scelta che tutto sia arabo?

Ci sono diverse ragioni, la principale è voler evitare le facili accuse che vengono mosse nel mondo arabo, ogni qualvolta si fanno scelte trasgressive, di importare dall'occidente un certo concetto del corpo, anche se per me questa non rappresenta un'accusa. Si viene tacciati di importare valori occidentali nel mondo arabo. Ci tenevo a dimostrare che non è vero, che questi valori non sono solo occidentali, ma anche arabi, fanno parte della nostra lingua, della nostra cultura e della nostra eredità. Quando recensiamo le mostre allestite fuori dal mondo arabo è importante che gli articoli siano scritti da arabi per arabi, che ci siano idee arabe. La rivista contiene testi molto liberi, erotici. Sono stata accusata di pornografia, ma chi si aspetta di sfogliare Jasad come una sorta di versione araba di Playboy resta deluso perché all'interno ci sono articoli seri che possono risultare anche noiosi. È facile fare provocazione, soprattutto se si è della mia parte del mondo, ma ha senso se vi va oltre, se si costruisce qualcosa. Essere contestata per Jasad è un prezzo da mettere in conto, ma sono convinta che ci sia bisogno di parlare di questi argomenti, non sono gli unici, ma io ho scelto la mia battaglia. È un progetto facile da attaccare perché è molto vulnerabile.

Perché è sempre sul corpo delle donne che si combattono le guerre e si consumano vendette? Sono spesso le prime vittime.

Perché veniamo da una lunga storia di maschilismo, di società patriarcali. Quando viaggio in Europa tante donne mi dicono di riconoscersi nelle mie frustrazioni di donna dell'oriente. Questo mi stupisce, si crederebbe che per la donna europea alcune cose appartengano al passato, invece non è così per tutte.

Lei parla di responsabilità delle donne, non solo di colpe degli uomini. In che senso?

La condizione di subalternità femminile c'è a tutte le latitudini, ma biasimare gli uomini per questo sarebbe facile. La colpa è anche delle donne che si rifanno a idee preconfezionate su come si trasmettono educazione e principi ai propri figli maschi, da madri. Anche qui ci sono da ritrovare le colpe delle donne. C'è spesso una complicità pericolosa contro le donne stesse. Io provengo da una famiglia cristiana che mi ha educata in maniera molto severa, da ragazzina non potevo andare al cinema da sola, ma ora da adulta e madre di due figli maschi, provo a far cambiare le cose da dentro. Ci sono molte più donne nemiche delle donne che uomini. Non ho nessun rapporto con le associazioni femministe e non lo voglio avere, perché non voglio essere inserita in una categoria, fare una lotta per i diritti delle donne con un titolo o con un grande nemico: l'uomo. Credo nella complicità fra i due sessi. Migliorare la condizione della donna facendo dell'uomo un nemico è una lotta sterile che non mi convince. Le lotte collettive delle associazioni sono importanti, ma non sono le mie, io ho scelto qualcosa di diverso. Il cambiamento non dobbiamo aspettarlo pensando che a concedercelo debba essere l'uomo, ma dobbiamo ottenerlo ad ogni costo, facendo degli sforzi.

Che orizzonti vede per il suo Paese?

Non sono molto ottimista, ci sono molti problemi a livello politico e questo inevitabilmente influenza il modo di vivere, di pianificare. Quello che si fa è sempre condizionato a qualcosa di più grande di noi, molto rischioso, e che non si può controllare. C'è sempre un elemento che non si può controllare, ovunque, ma quando si tratta di un elemento di destabilizzazione continua può rallentare tutto ciò che si vuole fare e questo può gettare nella disperazione. Presto avremo le elezioni, non so prevedere come andranno, c'è una scissione fortissima. Si parla molto di diversità, è vero che il Libano è un paese fatto di contraddizioni, pluralismo, ma stiamo andando verso una direzione in cui non si rispetta più che l'altro sia diverso e questo è molto pericoloso. Non ha senso vivere in un luogo in cui si parla di convivenza se non si rispetta o non si è rispettati per le proprie diversità. Aspetto con ansia questa scadenza, ma è difficile prevedere come andrà, è un Paese che vive sempre su un vulcano.

Peacereporter - http://it.peacereporter.net/articolo/16110/Scrivere+con+le+unghie

1 commento:

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