venerdì 30 settembre 2011

Quer pasticciaccio brutto della situazione siriana

Primavera araba” e Medio Oriente
«In Medio Oriente non si può fare la guerra senza l'Egitto e non si può fare la pace senza la Siria» diceva Henry Kissinger, segretario di stato americano durante le amministrazioni Nixon e Ford negli anni '70. «Assistiamo ad un cambiamento di paradigma sotto i nostri occhi», ha dichiarato un alto responsabile israeliano riferendosi alle relazioni con l'Egitto post-Mubarak. L'Egitto filo-americano è “caduto”. Si attende la sorte della Siria filo-iraniana. L'Iran ed Hezbollah, in Libano, temono di rimanere isolati, ed a Beirut le tensioni seguono la polarizzazione internazionale pro/anti-Asad. L'Arabia Saudita è tornata silente dopo aver trainato pressoché tutto il mondo musulmano sunnita nel campo anti-Asad. La Turchia, proiettata verso “magnifiche sorti e progressive”, sembra aver perso la pazienza con Siria ed Israele. Le potenze occidentali, ridottosi l'impegno bellico libico, accennano ad aprire un fronte siriano - per ora bloccato al Consiglio di sicurezza (Cds) dal veto di Russia e Cina - cui si oppongono anche Iran, Turchia e gli altri paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). L'Autorità palestinese (Ap) ha presentato formale domanda alle Nazioni unite per divenire di Stato membro a pieno titolo scontrandosi con l'opposizione israeliana a cui resta solo il veto americao. Sullo sfondo, dall'inizio dell'anno, continua a ripetersi con insistenza un inquietante ritornello secondo cui Israele starebbe pianificando un attacco contro siti nucleari iraniani.
Cosa sarà di uno dei paesi chiave per gli equilibri mediorientali se il regime baathista, guidato dalla famiglia al-Asad, dovesse cadere o non esistere più per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi?
Nella partita siriana il piano interno e quello internazionale si intrecciano in modo sempre più inestricabile. Da un lato, ci sono i manifestanti che rivendicano libertà, democrazia, diritti umani e dignità. Dall'altro ci sono le necessità strategiche degli attori regionali ed internazionali. La “primavera siriana”, che fino all'inizio di agosto era rimasta prevalentemente un affare interno, si sta imponendo come priorità delle agende internazionali.
Opposizioni verso un “Consiglio nazionale”
Le opposizioni vanno verso la costituzione di un consiglio nazionale che non escluda nessuno (gruppi laici ed islamici, minoranze etniche e religiose) per garantire una transizione democratica pacifica che scongiuri l'ipotesi di una guerra civile. Tuttavia, divisioni nell'opposizione erano emerse esplicitamente a fine agosto quando sono nati a distanza di poco: la Commissione generale della rivoluzione siriana, coalizione composta dall'unione di 44 gruppi rivoluzionari; e ad Istanbul, il Consiglio nazionale siriano di transizione, ispirato all'esperienza libica e composto da 94 membri. A presiederlo era stato chiamato, Burhan Ghalioun, docente universitario a Parigi. Lo scopo di entrambi era quello di costruire un fronte unitario delle opposizioni. Il 15 settembre viene formato il Consiglio nazionale siriano, composto da 140 membri. Il Cns si fonda su di un accordo tra le opposizioni basato su tre punti: il proseguimento delle proteste fino alla caduta del regime di Bashar al-Asad, il rifiuto della violenza come strumento di lotta ed il mantenimento dell'integrità territoriale della Siria. Qualche giorno più tardi, si è riunito in un sobborgo di Damasco il Comitato di coordinamento nazionale siriano per la transizione democratica - che rappresenta la vecchia guardia delle opposizioni tra cui il giornalista Michel Kilo – che ha esortato i siriani a lottare uniti fino al rovesciamento del regime. All'interno delle opposizioni cresce inoltre il dibattito sull'opportunità di armare o meno le proteste e su quale tipo di intervento internazionale sia preferibile (militari o osservatori Onu), nella consapevolezza che, nonostante la guerra di logoramento ingaggiata dal regime, la via della violenza potrebbe giustificare la repressione ed innescare dinamiche incontrollabili in un paese in cui il rischio di un conflitto interno è dietro l'angolo.
L'isolamento del regime siriano
Damasco continua ad alternare dura repressione e deboli aperture diventando un interlocutore sempre meno credibile per le opposizioni, ma anche per gli attori della comunità internazionale, compresi gli alleati storici che cominciano a pensare ad un post-Asad. Alla vigilia del Ramadan, ad Hama, l'esercito siriano è stato responsabile della giornata più sanguinosa dall'inizio delle proteste facendo tra le 80 e le 100 vittime. Ad una settimana di distanza si è ripetuto a Deir ez-Zor. Questo è costato al regime la prima condanna da parte del Consiglio di sicurezza (Cds), un crescente isolamento da parte della comunità internazionale (Usa, Ue, ecc.) e di un gran numero di paesi ed istituzioni politiche e religiose del mondo arabo-musulmano, Arabia Saudita in testa, ma anche da parte dei suoi principali alleati Turchia, Russia ed addirittura Iran.
Il 18 agosto il presidente americano, Barack Obama, rompe gli indugi e chiede esplicitamente all'omologo siriano, Bashar al-Asad, di farsi da parte. Contestualmente Usa ed Ue adottano ulteriori sanzioni – dirette alle esportazioni di petrolio - e due missioni umanitarie del Consiglio per i diritti umani (Unhrc) e della Croce rossa internazionale visitano il paese. Anche il tentativo di mediazione della Lega araba risulterà inutile. Non è stata scartata neanche l'opzione militare, che però trova la ferma opposizione della Turchia - che starebbe studiando con l'amministrazione Obama una strategia di uscita dalla crisi - e di Iran e Russia che continuano, almeno ufficialmente, a non mettere in discussione la leadership di al-Asad esigendo però la fine delle violenze e l'avvio di riforme. Il governo di Teheran starebbe riorganizzando le proprie priorità strategiche in previsione di un prossimo eventuale collasso siriano guardando all'Iraq. Inoltre l'opposizione siriana avrebbe aperto dei canali di comunicazione con la Repubblica islamica nel tentativo di fugare i timori di questa riguardo il post-Asad e per esortarla a ritirare il sostegno al regime baathista. Maturava da tempo il cambio di rotta del governo turco esplicitato a metà settembre dal premier, Tayyep Erdogan, durante il discorso di Tripoli. Alla Siria resta l'”approccio equilibrato” della Russia (capofila del Brics – Brasile, Russia, India, Cina Sudafrica) su cui si sono intensificate le pressioni dell'amministrazione Obama e della Francia - per il raggiungimento di un accordo al Consiglio di sicurezza sull'adozione di nuove misure contro il regime siriano - dopo l'annuncio dell'Unchr che il numero delle vittime tra i manifestanti anti-governativi avrebbe raggiunto quota 2.700.
Montano inoltre i toni anti-iraniani. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, e l'ex primo ministro britannico, Tony Blair, mettendo Siria ed Iran in un unico calderone, hanno accennato ad un intervento militare mirato a contrastare la minaccia nucleare iraniana. Questi commenti fanno eco alle voci (Meir Dagan, ex direttore del Mossad, Robert Baer, ex agente della Central Intelligence Agency e Dick Cheney, ex vice-presidente americano) che circolano da gennaio riguardo un possibile attacco preventivo israeliano contro siti nucleari iraniani. L'Iran, da parte sua, ha già informato le Nazioni unite che non esiterà a rispondere a qualsiasi atto di aggressione che minaccerà il suo territorio.
Turchia: “zero problemi con la primavera araba”
La Turchia, Stato laico a maggioranza sunnita e membro della Nato, sembrerebbe essere l'attore che maggiormente stia riuscendo a trarre vantaggio dai rimescolamenti geopolitici mediorientali e ad imporsi come modello regionale. Il governo di Ankara, grazie alla politica promossa dal ministro degli Esteri, Ahmet Davutoğlu, “zero problemi con i paesi vicini”, già da tempo è riuscito ad accreditarsi come possibile interlocutore presso molti governi (dall'Iran, agli USA). Partendo da questa favorevole premessa, il governo turco sta inoltre avendo il merito di saper interpretare i sentimenti primaverili dei popoli arabi. In due settimane Erdogan ha raffreddato le relazioni col regime di al-Asad e col “bambino viziato” Israele (a seguito del caso Flotilla Freedom), è partito per un tour Egitto-Tunisia-Libia e dal Cairo ha appoggiato la candidatura dell'Ap all'Onu, guadagnandosi ulteriore appoggio dall'opinione pubblica araba, una manna per le ambizioni “neo-ottomane” della Turchia. Le opposizioni siriane riunite ad Istanbul avevano annunciato la nascita di un “Consiglio Nazionale” in rappresentanza delle principali voci di dissenso al regime. Potrebbe, dunque, la Turchia assumere il ruolo di traghettatrice nella transizione democratica siriana?
I logori equilibri mediorientali sembrano dover cedere da un momento all'altro sotto la pressione delle istanze di cui s'è fatta portatrice la “primavera araba”. L'importanza strategica della regione rimane intatta. Nuovi attori emergono, altri non vogliono essere tagliati fuori dalla ridefinizione dei rapporti di forza regionali. Staremo a vedere come riusciranno a comporsi queste diverse esigenze.
Comunque vadano le cose, la sensazione è quella di un prossimo profondo rimescolamento delle carte in Siria ed in Medio oriente. All'interno delle opposizioni sta prevalendo l'opinione che i siriani debbano rovesciare da soli il regime. L'intervento internazionale, in un contesto così delicato, dovrebbe ridursi a sanzioni ed osservatori Onu. Resta da capire come le diverse istanze, le rivendicazioni dei manifestanti e le necessità strategiche degli attori regionali ed internazionali, riusciranno a comporsi nella ridefinizione degli equilibri.

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