martedì 8 luglio 2014

Siria, tra l’incudine e il martello

Democrazia e totalitarismo
In “Democrazia e totalitarismo” Raymond Aron si domanda quale sia “il principio di un regime a partito monopolistico” o autoritario. Secondo l'intellettuale francese una democrazia si fonda su principi quali il “rispetto della legalità” e lo “spirito del compromesso”. Al contrario un regime autoritario non può fondarsi su tali principi perché il regime stesso “sarebbe minacciato di morte” se venisse “corrotto” dallo “spirito democratico del compromesso”. Secondo Aron, le fondamenta di un regime autoritario sono costituite da due elementi principali: la fede e la paura. La fede in un ideale di cui il regime si fa portatore; la paura suscitata nella popolazione. Un ulteriore elemento sarebbe, secondo Maurice Barrés, citato da Aron, la consapevolezza che il popolo ha della propria impotenza rispetto alla possibilità di cambiamento.

Siria – Elezioni presidenziali
Le recenti elezioni presidenziali siriane sono state un primo passo verso la transizione democratica del paese? Com'era ampiamente prevedibile, Bashar al-Asad è stato rieletto, incassando un successo plebiscitario (l'88,7%). Oltre alla ovvia reticenza a mollare il potere da parte del regime, bisogna interrogarsi sulla situazione mediorientale nel suo complesso. Chi potrebbe auspicare l'avvio di un reale processo di democratizzazione in Siria? Il regime? Le potenze regionali - Arabia Saudita, Iran e Israele - o quelle internazionali?

Democratizzazione di Asad
Il clan al-Asad governa la Siria con il pugno di ferro dal 1970. All'inizio del 2011, il regime si è investito nell'opera di repressione violenta e sistematica di un movimento di opposizione a lungo rimasto in larghissima parte pacifico, rifiutando categoricamente di scendere a compromessi sulla questione principale, il ruolo di Bashar al-Asad nel futuro della Siria.

Al contrario, ha perseguito in maniera unilaterale un programma di riforme tardive e di facciata, quali l'abrogazione della legge d'emergenza (subito sostituita da un'altra analoga, anti-terrorismo), la riforma sulla libertà dei media (di fatto sempre sotto il controllo del regime) e la modifica della Costituzione che, dopo oltre 40 anni di monopolio baathista, ha introdotto nella carta fondamentale il pluralismo politico. Quest'ultima riforma prevede inoltre la possibilità per più candidati di competere per la presidenza (le elezioni presidenziali sono sempre state un referendum di reinvestitura del presidente in carica) e stabilisce i criteri di candidabilità degli stessi - ad es.: aver risieduto in Siria per i 10 anni precedenti la candidatura, il che esclude tutti gli oppositori in esilio all'estero - che devono essere verificati dalla Suprema corte costituzionale. Delle 23 domande di candidatura alla presidenza, la Suprema corte ne ha approvate due, quelle di Hassan bin Abdullah al-Nouri (54 anni, uomo d'affari di Damasco) e di Maher Abdul-Hafiz Hajjar (43 anni, deputato indipendente di Aleppo), entrambi pressoché sconosciuti all'opinione pubblica siriana.

Sguardo delle potenze internazionali su Damasco
Perché le potenze regionali e internazionali dovrebbero auspicare per la Siria una transizione verso la democrazia?

Nella guerra civile siriana si riflette, tra gli altri, anche il conflitto tra Arabia Saudita e Iran che questi stanno combattendo all'interno del paese attraverso gruppi affiliati (ad es.: Hezbollah ed i vari gruppi islamisti sostenuti dai sauditi e da altre monarchie del Golfo). Riyadh e Teheran, nemici per eccellenza, trovano però un terreno d'intesa quando si tratta di evitare che si sviluppino nella regione pericolosi esempi di democratizzazione. Anche per Israele, che finora aveva trovato nel regime degli al-Asad il suo “miglior nemico”, una Siria avviata verso un processo di reale democratizzazione diventerebbe una scomoda incognita. Ad un altro livello il conflitto vede contrapposti Stati Uniti e Russia. Lo stesso al-Asad ha dichiarato in una recente intervista al quotidiano libanese Al-Akhbar che “Putin, difendendo la Siria, ha voluto non solo riaffermare la forte alleanza tra di noi, ma anche riequilibrare un ordine internazionale che dalla disintegrazione dell'Unione Sovietica fino all'elezione di Putin è stato dominato da un sistema unipolare guidato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nella NATO”, esplicitando così l'intenzione della Russia di mantenere nella regione l'equilibrio internazionale precedente alla rivoluzione.

Come riassume bene Muhammad al-Sadiq su Al-Araby Al-Jadeed, il fatto che al-Asad dopotutto sia ancora al potere in Siria, e che Abdel Fattah al-Sisi sia stato eletto presidente in Egitto, suggerisce che la politica del “nessun vincitore, nessun perdente” stia di fatto prevalendo e che, non solo da parte di Riyadh e Teheran, ci sia l'intenzione di mantenere congelata la regione senza discostarsi dai rassicuranti schemi tradizionali.

Da rivoluzione a guerra civile
Inizialmente la rivoluzione siriana era riuscita ad imporre parole d'ordine nuove e precise: libertà, democrazia, giustizia sociale e dignità, nel rispetto delle diversità religiose ed etniche, e dell'unità del paese. A questi principi si rifacevano i comunicati dei gruppi pacifici della prima ora quali ad esempio i Comitati locali di coordinamento. Viceversa, le parole d'ordine imposte da subito dal regime e successivamente dai gruppi infiltratisi, sono servite a riportare il conflitto sui binari di contrapposizioni classiche: imperialismo-resistenza, sunnismo-sciismo, autoritarismo laico-fondamentalismo religioso, Oriente-Occidente.

Ciò che la rivoluzione siriana ha prodotto di più “rivoluzionario”, cioè la sua pacifica, democratica e laica ispirazione, sembra ormai inevitabilmente schiacciato tra l'incudine ed il martello della logica di forme antagoniste, ma egualmente autoritarie, di imperialismo e di fondamentalismo religioso. Forze che stanno riorientando la Siria verso vecchi e strumentali discorsi egemonici di cui queste stesse forze si nutrono, imponendo alla popolazione la convinzione che nessun cambiamento democratico sia possibile e che ciò da cui stavano scappando sia in realtà il loro miglior rifugio.

Carlos Eddé. Il Libano visto da un "brasiliano" (del 15 gennaio 2013)

Carlos Eddé, leader del partito Blocco Nazionale, è il discendente di una delle più importanti dinastie politiche libanesi, gli Eddé appunto. Suo nonno Emile è stato un importante uomo politico ed ex-presidente del Libano durante il Mandato francese. Suo zio, Raymond, e suo padre, Pierre, sono stati personaggi politici di grande rilievo. Con la morte dello zio, nel 2000, Carlos, cresciuto in Brasile, si è trovato senza volerlo catapultato nell'arena politica del paese dei cedri. Il suo essere in un certo senso un “estraneo”, gli consente di avere uno sguardo più distaccato sul paese. Lo intervistiamo per conoscere il suo parere su tre temi di grande attualità: il Dialogo Nazionale, il dibattito sulla riforma della legge elettorale e gli eventi siriani.  

Secondo lei, qual'è il principale ostacolo che blocca le trattative sul tavolo del Dialogo Nazionale (DN)? Bisogna fare un passo indietro e tornare agli inizi. Il DN era stato utilizzato, poco tempo dopo la “Rivoluzioni dei Cedri” (2005), da Nabih Berri per insabbiare la questione dell'impeachment dell'allora presidente della Repubblica Emile Lahoud. Io avevo fatto parte della commissione che se ne occupava. Nabih Berri ha fatto virare la discussione del Dialogo Nazionale sul tema delle armi di Hezbollah, facendo passare in secondo piano l'impeachement. Nel 2006 Hezbollah ha provocato la guerra contro Israele, distogliendo l'attenzione dal DN. Proprio durante una delle riunioni del DN, Hassan Nasrallah aveva dichiarato che non ci sarebbero state operazioni militari contro gli israeliani durante l'estate. Una settimana dopo siamo stati tutti colti di sorpresa. Quando si è tornati al tavolo del DN, la questione delle armi era diventata quella della “strategia di difesa nazionale”, ancora una volta per rigirare la frittata. Hezbollah (ed i suoi alleati), per studiare delle concessioni sulle armi, avevano chiesto in cambio l'elaborazione di riforme strutturali che portassero la struttura politica del paese verso un “triumvirato” (cristiani, sunniti, sciiti) e superassero l'attuale ripartizione dei poteri (50-50) tra cristiani e musulmani. La coalizione 14 marzo ha rifiutato tale condizione.  

Qual'è allora lo scopo del DN secondo lei? In generale, ogni volta che viene riesumato il DN è perché vogliono (8 marzo) insabbiare o bloccare qualche questione. Perché fare appello al DN quando c'è un Parlamento e cioè un luogo istituzionale deputato al dialogo politico nazionale? E perché dialogare con forze che non rispettano quegli impegni che hanno preso proprio al tavolo del DN? In seguito ci sono stati gli scontri del 7 maggio 2008 ed il “Diktat” di Doha (dopo il quale il BN lascia il 14 marzo).  

Perché ha lasciato la coalizione 14 marzo? Quali sono gli errori della coalizione per quanto riguarda il DN? Il mio rimprovero al 14 marzo, dal punto di vista della negoziazione con l'8 marzo, era quello di vendere ad un compratore che ha la reputazione di non pagare. Il DN fa parte della strategia “win-win” dell'8 marzo. Questi, chiamando al dialogo il 14 marzo, “vincono” in ogni caso. Se il 14 marzo accetta il dialogo vengono messi in un angolo (perché sulla questione delle armi solo Hezbollah ha l'ultima parola) e se non accettano vengono accusati di non volere il dialogo. Inoltre, c'è la questione degli attentati politici i cui sospettati ruotano intorno ad Hezbollah, compreso l'ultimo, quello del 19 ottobre in cui è rimasto ucciso Wissam al-Hassan. Perché cercare il dialogo con chi rifiuta di consegnare al Tribunale Speciale i 4 sospetti dell'attentato a Rafiq Hariri? Con chi non può decidere direttamente delle proprie azioni (perché controllato dall'Iran)? Ed infine, perché cercare il dialogo con una forza politica che è armata? 

Questa sua posizione rispetto ad Hezbollah è emersa anche in un recente articolo, nel quale lei ha criticato l'apertura che il patriarca maronita Bechara al-Rai ha fatto verso il partito sciita. Per quale motivo Hezbollah non sarebbe un interlocutore politico credibile? Se si torna alle dichiarazioni degli esponenti di Hezbollah, se si legge il libro scritto dal numero due del partito, lo sheikh Naim al-Qassem, si scopre che si dice nero su bianco: che Hezbollah è parte integrante della Rivoluzione iraniana; che la leadership è nominata dalla Rivoluzione iraniana; che il partito è subordinato alla Guardia rivoluzionaria (iraniana); ed infine, che tutte le decisioni più importanti sono prese, in ultima istanza, unicamente dalla Guida suprema della Rivoluzione iraniana. Quando si parla ad un partito che ha una leadership, degli ordini, dei finanziamenti, delle armi, una dottrina, ecc. che provengono direttamente dall'Iran...beh non si sta parlando ad un interlocutore libanese, si sta parlando con l'Iran. Hezbollah è uno strumento di politica strategica della Rivoluzione iraniana in Libano. Dunque non esiste dialogo possibile. L'unico tema sul quale avrebbe senso dialogare sono le armi, perché in presenza di armi non esiste un reale dialogo, non esiste una reale competizione elettorale.  

Nel 2009, il suo partito BN ha lasciato la coalizione 14 marzo. In alcune interviste lei ha lasciato intendere che i suoi ex alleati politici hanno “tradito” i principi e gli ideali che avevano animato la “Rivoluzione dei Cedri” nel 2005, in seguito alla quale la coalizione si era formata. Quali sono i problemi che l'hanno allontanata dalla coalizione 14 marzo? La coalizione 14 marzo si trova di fronte a due principali problemi: il primo è un problema strutturale dell'alleanza stessa. Questa è stata costruita contro qualcosa e non per qualcosa o per l'attuazione di un programma comune. Questo significa che la coalizione ritrova la sua unità solo se di fronte ad un pericolo imminente, altrimenti le sue varie componenti (molto diverse politicamente tra loro) vanno ognuna per conto proprio. Questa dinamica si è verificata diverse volte. La prima volta all'indomani della “Rivoluzione dei Cedri”, in occasione delle elezioni del 2005. Le forze politiche del 14 marzo hanno costruito le loro alleanze elettorali frammentandosi e senza costituire un blocco elettorale unitario. Ingenuamente hanno pensato che tendendo la mano ad Hezbollah potevano allontanarlo dalla Siria. Cadono sempre nelle stesse trappole. Non imparano mai dai loro errori. Inoltre, non hanno tenuto conto di una componente importante della coalizione, le forze della società civile (che hanno partecipato attivamente alla “Rivoluzione dei Cedri”), che non fanno parte dei partiti principali e che non ne condividono i programmi. Insomma sono incapaci di fare un piano e perseguirlo. Sanno solo fare una politica in reazione a qualcos'altro o di approfittare di situazioni contingenti com'è il caso adesso con ciò che succede in Siria.  

Per quanto riguarda il dibattito sulla riforma della legge elettorale, le proposte di legge sotto le quali si potrebbero tenere le prossime elezioni sono: quella del 1960 tornata in vigore con gli accordi di Doha nel 2008 (sistema maggioritario di lista ad un turno e 24 circoscrizioni elettorali); il disegno di legge approvato dal governo e discusso in commissione parlamentare (sistema proporzionale e 13 circoscrizioni elettorali); la proposta dei partiti conservatori cristiani, Forze libanesi e Partito Falangista (sistema maggioritario di lista ad un turno e 50 circoscrizioni elettorali); e la cosiddetta proposta “greco-ortodossa”, (sistema proporzionale, una sola circoscrizione per tutto il paese e l'abolizione del principio del collegio elettorale unico, cioè ogni cittadino può votare solo per i seggi destinati alla propria comunità d'appartenenza). Ci può fare un'analisi delle diverse alternative? Per quanto riguarda il Libano, prima di tutto bisogna precisare che qualsiasi sia la legge elettorale questa è falsata dal fatto che noi viviamo in un regime confessionale (come previsto dalla Costituzione libanese, le cariche politiche e dell'amministrazione pubblica, sono distribuite tra le principali comunità religiose, secondo un rapporto di 50-50 tra cristiani e musulmani,). L'accordo di Taif ha attribuito alle comunità cristiane la metà dei poteri pubblici, compresa la metà dei seggi del Parlamento. Dunque la competizione elettorale si gioca attraverso queste variabili. Il sistema maggioritario di lista ad un turno, qualsiasi sia il numero delle circoscrizioni, pone il problema delle liste elettorali. Quelle che io chiamo gli “autobus” elettorali, sono liste che aggregano in una certa circoscrizione personalità che spesso non hanno nulla in comune, il cui unico scopo è quello di avvantaggiarsi dei voti degli altri appartenenti alla lista (l'elettore vota la lista di cui fa parte il candidato). Questo sistema provoca delle ingiustizie e delle iniquità perché: da un lato, l'elettore votando un membro della lista si trova obbligato a votarne altri che non voterebbe altrimenti; dall'altro, i candidati si trovano ad essere dipendenti, non dal voto dell'elettore, ma dai leader della lista (normalmente coloro che dispongono del maggiore bacino di voti all'interno della lista), di cui sfruttano la forza elettorale, ed ai quali devono obbedienza una volta eletti. Questo sistema è una catastrofe. È un sistema ideale per i potenti che si fanno pagare ingenti somme per inserire un candidato nella loro lista. Inoltre, con questo sistema i candidati outsider vengono facilmente tenuti ai margini. Il sistema proporzionale è complicato da applicare al sistema confessionale. Normalmente ogni partito procede, all'interno della sua lista, ad una classificazione dei suoi candidati. La distribuzione confessionale dei seggi complica le cose. Tra l'altro non è stata fatta ancora la simulazione matematica per determinare le attribuzioni dei seggi con questo sistema. Inoltre, nella situazione attuale, in cui certe forze politiche possiedono delle armi, si rischia che queste forze possano, attraverso la coercizione, ottenere molti voti. La cosiddetta proposta “greco-ortodossa” non è altro che la proposta di Elie Ferzli (uomo politico libanese vicino al regime siriano), un agente siriano, e non serve ad altro che a dividere il paese. Questa proposta ha l'effetto di tranquillizzare le comunità cristiane che vedono in essa la possibilità di poter scegliere direttamente i propri candidati. Di fatto provoca l'estremizzazione in senso comunitario del Parlamento. Questo perché con l'abolizione del sistema del collegio elettorale unico, il discorso politico si estremizzerà in senso comunitario, perché per un candidato, la sua elezione non dipenderebbe più dai voti dei connazionali membri di un'altra comunità. Questo sistema è catastrofico per i cristiani anche per un secondo motivo, perché farà delle elezioni un censimento indiretto, che rivelerà il reale peso politico dei cristiani in Libano. Questo potrebbe legittimare le pretese, delle comunità musulmane, di revisione della distribuzione delle quote comunitarie. Dunque tutti questi sistemi non funzionano. 

Qual'è la sua proposta? Il sistema che sarebbe meno nocivo, per una società come quella libanese, è il sistema della circoscrizione uninominale a doppio turno (sistema uninominale a doppio turno, 128 circoscrizioni, una per ogni seggio parlamentare da attribuire). Prima di tutto, in un tale sistema, le circoscrizioni non devono per forza essere uguali per numero di elettori, in Francia non lo sono, in Gran Bretagna non lo sono, ecc. Secondo, c'è una maggiore intesa inter-comunitaria su scala locale piuttosto che su quella nazionale. Semplicemente perché gli abitanti di una stessa area, qualunque sia la loro comunità d'origine, vanno nelle stesse scuole, negli stessi supermercati, negli stessi cinema, insomma si conoscono. Terzo, è l'unico sistema che obblighi gli eletti a dover render conto agli elettori. Infine, questo sistema rende più difficile la frode elettorale. Visto che le circoscrizioni comprenderebbero un numero ridotto di elettori, dunque di voti, questi sarebbero più facilmente controllabili. Stranamente di questo sistema elettorale non si è mai parlato in Libano. Credo faccia paura a molti. Con un tale sistema molti di coloro che sono stati eletti nel 2009 sarebbero fuori dal Parlamento. Inoltre, l'influenza dei capilista, dei potenti locali, sarebbe ridotta di molto.  

Si presenterà alle prossime elezioni (giugno 2013)? Preferisco non rispondere alla domanda. Non so ancora sotto quale legge elettorale si svolgeranno. È come se mi chiedesse di giocare ad un gioco di cui non conosco le regole.  

Per quanto riguarda la Siria, che idea s'è fatto della situazione? In generale, quando si verifica una rivoluzione, si parte da una reazione popolare, di cui approfittano, in un momento successivo, altre forze. Se si guarda ad esempio alla rivoluzione francese, questa è partita a causa del malcontento popolare per le difficili condizioni di vita. In un secondo momento gli ideologi hanno preso in mano la situazione. Stesso discorso per la rivoluzione iraniana (in un secondo momento i religiosi hanno preso in mano la situazione). In Siria la rivoluzione era inevitabile per diverse ragioni. Primo, le condizioni di vita dei siriani non sono mai migliorate. Secondo, la dominazione di un regime dittatoriale e violento è divenuta insopportabile. Terzo, il carattere arabo, per cui chi è al potere non può fare delle concessioni perché segno di debolezza. Ed infine, il sentimento che le situazioni possano durare in eterno. Com'è iniziata in Siria? Piccoli gruppi, isolati, hanno cominciato a rivendicare delle riforme e per questo sono stati violentemente repressi. Ma, più violenta era la repressione, maggiore era il numero di siriani coinvolti. Cosicché questo circolo di rivendicazione e repressione ha coinvolto un numero crescente di siriani, facendo effetto domino. Io conosco dei siriani che prima del marzo 2011 erano convinti sostenitori del regime e che col tempo si sono progressivamente avvicinati alla rivoluzione, e sto parlando di persone che appartengono all'alta borghesia siriana (che faceva affari col regime). Il regime pensava di potere ripetere i massacri del 1982 (nel 1982, ad Hama, il regime di Hafez al-Asad, schiaccia una rivolta guidata dai fratelli musulmani facendo decine di migliaia di vittime). Al giorno d'oggi, con i progressi fatti dalla tecnologia nel campo dell'informazione, non è più possibile distruggere una cittadina senza che il villaggio a fianco non ne sappia nulla. Credo quindi alla spontaneità della rivoluzione siriana nelle fasi iniziali. Col tempo però stanno prevalendo quelle forze che, per quanto minoritarie, sono più strutturate ed unitarie, perché coagulate intorno ad una dottrina forte di matrice religiosa.  

Quali crede che siano le priorità degli attori internazionali e regionali, relativamente alla situazione siriana? Per Israele la prima scelta sarebbe il mantenimento del regime alauita, perché suo alleato. Se questo dovesse cadere, la seconda opzione per Israele sarebbe lo smembramento della regione. In generale, le potenze straniere stanno manifestando una tendenza a voler lasciare la situazione marcire. Che interesse avrebbe la Russia a sostenere questo regime, sapendo che questo non può durare eternamente, se non quello di prendere tempo per lasciare marcire la situazione? Qual'è l'interesse di Israele se non quello di avere un medio oriente fatto di comunità in conflitto tra loro, piuttosto che di paesi strutturati che potrebbero avanzare pretese alle Nazioni Unite o divenire una minaccia alla sua sicurezza. D'altra parte Israele ha sempre preferito avere a che fare con gli estremisti. Per esempio in occasione della seconda intifada, Israele ha colpito l'Olp ed ha lasciato stare Hamas. É più facile dire di no a degli estremisti. Per tornare alla Siria, non credo alla teoria del complotto. Non credo che gli Stati Uniti abbiano questo potere di manovrare il mondo. Credo però che questi possano sfruttare una situazione che si viene a creare spontaneamente. Non credo nell'ipotesi di un intervento. La situazione economica dei paesi occidentali non è così florida e la memoria del fallimento in Iraq è ancora forte. Entrare in Iraq, occupandolo, è stato facile. Il difficile è stato uscirne, senza parlare del come era ridotto il paese una volta lasciato. In Libano, il Blocco Nazionale è stata la sola voce che si è opposta fin da subito all'intervento in Iraq. 

Un'ultima domanda più personale. Lei è nato in Libano, ma ha vissuto la maggior parte della sua vita in Brasile. Nel 2000, in seguito alla morte di suo zio, viene richiamato in Libano per succedergli alla testa del BN. All'improvviso si è trovato catapultato nella vita politica libanese. Da un punto di vista personale, come ha vissuto questi cambiamenti? Sebbene sia il pronipote di uno dei padri fondatori del Libano (Emile Eddé), il figlio ed il nipote di ex-deputati ed ex-ministri (Pierre e Raymond), sono stato cresciuto nel rifiuto della politica. Mio padre e mio zio mi hanno sempre scoraggiato dall'impegnarmi nella politica libanese. Quando mio zio è morto il partito non aveva un “numero due”. Quella libanese è una società fortemente clanica. Visto che ero il solo discendente che portava ancora il nome della famiglia, 17 ore dopo la morte di mio zio, senza che io ne sapessi niente, ero stato nominato alla testa del partito. La mia prima reazione è stata di rifiuto. Ho accettato, in seguito, solo perché la mia doveva essere una leadership di transizione, per dare il tempo al partito di preparare la successione. Sono 12 anni che sto aspettando un successore. Certamente tutto ciò mi ha stravolto la vita. Sono stati cambiamenti a cui non ero preparato e che non volevo. Mi sento più brasiliano che libanese e vengo dal settore privato. Il vantaggio della mia situazione è che mi permette di avere uno sguardo più distaccato sulla politica libanese ed un più ampio margine di libertà politica.

venerdì 6 aprile 2012

Statement by the Civil Campaign for Electoral Reform

After a long time of being forcibly and intentionally disregarded, the issue of the Parliamentary electoral law has suddenly and forcefully reemerged in political discussions. In the recent period, we have witnessed a number of statements and positions concerning the electoral law in general and proportional representation specifically, in addition to some hesitant demands for other reforms to be implemented, most notably non-resident voting and regulating electoral expenditure.

While the Civil Campaign for Electoral Reform encourages these discussions which it considers necessary, it reminds at the same time of the importance of complying with the legal deadline set by the Mikati Cabinet for adopting an electoral law by June 2012, which is to say that time is running out for any desired reform process. Thus, it is necessary to accelerate the discussions on the electoral file in the Cabinet and its transfer to the Parliament where it would be debated and adopted within the appropriate due processes.
Therefore, the Campaign urges all those concerned with this matter to assume their responsibilities towards their nation, and to grasp the opportunity for real and serious reform of the electoral law. The Campaign will also follow up on the efforts undertaken on this issue and will pressure decision makers in all possible ways for the adoption of proportional representation and the other reforms. For that purpose, CCER would like to announce that as part of the series of activities that it will be organizing in its effort to advocate for the adoption of a democratic electoral law, it is organizing a large popular activity on May 13 in order to urge the government to fulfill its obligations in this matter.

In a related context, the Campaign would like to reemphasize to all Lebanese citizens that the proportional representation system is the fairest and most accurate system in terms of representation, and that all statements being made today which portray proportional representation as a way to marginalize any group in society are inaccurate since these sides view the electoral law as nothing more than a tool for them to reach and maintain power.  Moreover, CCER deplores statements made by some that indicate the possibility of postponing elections in case no new electoral law was adopted or due to specific security issues. Hence, CCER renews its warnings on the dire consequences of delaying elections particularly as the Lebanese Constitution and numerous international agreements maintain the right of the Lebanese citizens to choose their representatives in periodic elections. The tendency to postpone elections is completely unacceptable and the Campaign will work to block such a plan as we did in the period preceding the Municipal elections in 2010.

Beirut, April 5, 2012

venerdì 18 novembre 2011

Siria - Scacco al Rais

“È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani... A ogni piano, mentre cade, l'uomo non smette di ripetere: "Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene"...ma l'importante non è la caduta ...ma l'atterraggio” (“L'odio” Film Francia, 1995. Regia, Mathieu Kassowitz).

Bashar al-Asad sembra voler proseguire per la strada finora intrapresa: repressione delle proteste, denuncia del complotto straniero e divieto di accesso al paese per media e organizzazioni umanitarie, che però lo sta spingendo in un vicolo cieco. Forse ha ragione Abdel Halim Khaddam - vice-presidente siriano dal 1984 al 2005, ora in esilio in Francia - quando afferma che il regime siriano è “irriformabile”. Come pretendere, allora, da un regime “irriformabile” l'apertura di un dialogo con l'opposizione e magari la formazione di un governo di unità nazionale per attuare riforme condivise? 

Tentativo di mediazione o trappola? 
L'ultimo capitolo di questa vicenda a senso unico è la sospensione della Siria dalla Lega degli stati arabi (Lsa). Il provvedimento, che ha colto tutti di sorpresa, è arrivato pochi giorni dopo che le trattative tra la Lsa e Damasco - promosse dal blocco delle monarchie del Golfo (Arabia saudita, Bahrein, Emirati arabi, Kuwait, Oman e Qatar) vicine agli Stati uniti e che non digeriscono l'alleanza siro-iraniana - avevano portato ad un accordo che indirizzasse il paese fuori dalla crisi. La “road map” prevedeva lo stop delle violenze, il ritiro dei carri armati e dell'esercito dalle strade, il rilascio delle centinaia di persone arrestate, l'ingresso e la libera circolazione nel paese di media ed organizzazioni umanitarie internazionali, l'avvio del dialogo tra regime ed opposizioni. Com'era prevedibile, il regime non ha dato alcun seguito alle obbligazioni sottoscritte. La Lsa ha dunque convocato una riunione d'emergenza, tenutasi il 12 novembre, durante la quale si è consumata la rottura, approvata da 18 paesi (su 22), con tre contrari (Siria, Libano e Yemen) e un astenuto, l'Iraq. Ancora più dirompenti sono stati i termini della rottura che prevedono, oltre alla sospensione della Siria, l'adozione di sanzioni economiche e politiche, tra cui il ritiro degli ambasciatori da Damasco, e un appello alle opposizioni affinché "si mettano d'accordo su di un progetto unico per la gestione della prossima transizione". Inoltre, la Lsa non ha escluso, al fine di proteggere la popolazione siriana, la possibilità di richiedere l'intervento di organizzazioni umanitarie, Nazioni unite incluse. Lo scenario che si delinea è quello di un Bashar al-Asad tagliato fuori. Da un lato, il regime viene ancor più isolato e delegittimato per non aver rispettato l'accordo. Dall'altro, l'apertura della Lsa al Consiglio nazionale siriano (Cns), ha elevato de facto quest'ultimo a portavoce legittimo del popolo siriano, tanto da conferirgli il compito di gestire la “prossima transizione”. 

Timore di una “libizzazione” della crisi siriana 
Il regime siriano ha definito il provvedimento di sospensione come “illegale” e dettato dall'agenda degli Stati uniti che vorrebbero aprire, in Siria, uno scenario simile a quello che ha portato alla caduta di Gheddafi in Libia. Le stesse motivazioni hanno indotto, il 4 ottobre scorso, Russia e Cina ad opporsi, con un doppio veto al Consiglio di sicurezza dell'Onu (Cds), alla proposta di risoluzione avanzata da alcuni paesi europei. Il veto russo-cinese è stato motivato dall'introduzione, nel documento, della possibilità di “misure mirate” contro il regime di al-Asad. Tra le “misure mirate” erano contemplate sanzioni economiche e/o interventi di tipo militare, ad esempio una “no fly zone” di libica memoria. Questo tipo di azione era stato più volte invocato da una parte dell'opposizione siriana vicina alla Turchia, allo scopo di dare una “copertura” alle operazioni dell'”Esercito siriano libero”. Il punto è che il regime siriano, a differenza di quello libico" non ha mai utilizzato l'aviazione. Viceversa, un'altra parte dell'opposizione si è sempre dichiarata contraria alla militarizzazione della crisi, temendo che questa possa far degenerare le divisioni etniche e confessionali in guerra civile. Lo stesso presidente del Consiglio nazionale siriano (Cns), Burhan Ghaliun, si è detto favorevole ad un intervento internazionale, se limitato ad osservatori ed organismi umanitari. Il Comitato nazionale di coordinamento (Cnc), composto dagli oppositori della “vecchia guardia”, tra cui Michel Kilo ed Hassan Abdel Azim, si è mostrato, invece, critico verso qualsiasi tipo di ingerenza esterna. Al riguardo, è stato molto chiaro il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, dichiarando più volte che un intervento militare in Siria è da escludere. 

Diritti umani o geopolitica 
Ciò che era uscito dalla porta delle Nazioni unite è rientrato dalla finestra della Lega araba. I paesi arabi, in molti dei quali i diritti umani semplicemente non esistono, si propongono come difensori della “primavera siriana”. Come giustificare questa contraddizione? Da un lato, la volontà di recidere i legami tra il regime al-Asad e l'Iran e controllare la transizione siriana, accomuna paesi influenti come le monarchie del golfo e gli Stati uniti, d'altra parte, la “primavera araba” non è finita ed è chiaro a tutti che è meglio farsela amica che reprimerla. Non si escludono controindicazioni nel lungo periodo. La Russia continua a sostenere Asad, avendo già condannato il provvedimento della Lsa e non avendo trovato un terreno d'intesa con l'opposizione. L'Iran, impegnato nel conflitto “nucleare”, causato dal rapporto recentemente pubblicato dalla International atomic energy agency (IAEA), non si è ancora pronunciato, ma il voto contrario del Libano e l'intenzione dell'Iraq di non ritirare il proprio ambasciatore a Damasco, sono segnali chiari. Due domande si pongono: come reagirà il regime siriano? Anche alla luce delle recenti dichiarazioni di Bashar al-Asad secondo cui gli basterebbero poche ore per mettere a ferro e fuoco il Medio oriente. Ma soprattutto, che ne sarà delle aspirazioni del popolo siriano?

venerdì 30 settembre 2011

Quer pasticciaccio brutto della situazione siriana

Primavera araba” e Medio Oriente
«In Medio Oriente non si può fare la guerra senza l'Egitto e non si può fare la pace senza la Siria» diceva Henry Kissinger, segretario di stato americano durante le amministrazioni Nixon e Ford negli anni '70. «Assistiamo ad un cambiamento di paradigma sotto i nostri occhi», ha dichiarato un alto responsabile israeliano riferendosi alle relazioni con l'Egitto post-Mubarak. L'Egitto filo-americano è “caduto”. Si attende la sorte della Siria filo-iraniana. L'Iran ed Hezbollah, in Libano, temono di rimanere isolati, ed a Beirut le tensioni seguono la polarizzazione internazionale pro/anti-Asad. L'Arabia Saudita è tornata silente dopo aver trainato pressoché tutto il mondo musulmano sunnita nel campo anti-Asad. La Turchia, proiettata verso “magnifiche sorti e progressive”, sembra aver perso la pazienza con Siria ed Israele. Le potenze occidentali, ridottosi l'impegno bellico libico, accennano ad aprire un fronte siriano - per ora bloccato al Consiglio di sicurezza (Cds) dal veto di Russia e Cina - cui si oppongono anche Iran, Turchia e gli altri paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). L'Autorità palestinese (Ap) ha presentato formale domanda alle Nazioni unite per divenire di Stato membro a pieno titolo scontrandosi con l'opposizione israeliana a cui resta solo il veto americao. Sullo sfondo, dall'inizio dell'anno, continua a ripetersi con insistenza un inquietante ritornello secondo cui Israele starebbe pianificando un attacco contro siti nucleari iraniani.
Cosa sarà di uno dei paesi chiave per gli equilibri mediorientali se il regime baathista, guidato dalla famiglia al-Asad, dovesse cadere o non esistere più per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi?
Nella partita siriana il piano interno e quello internazionale si intrecciano in modo sempre più inestricabile. Da un lato, ci sono i manifestanti che rivendicano libertà, democrazia, diritti umani e dignità. Dall'altro ci sono le necessità strategiche degli attori regionali ed internazionali. La “primavera siriana”, che fino all'inizio di agosto era rimasta prevalentemente un affare interno, si sta imponendo come priorità delle agende internazionali.
Opposizioni verso un “Consiglio nazionale”
Le opposizioni vanno verso la costituzione di un consiglio nazionale che non escluda nessuno (gruppi laici ed islamici, minoranze etniche e religiose) per garantire una transizione democratica pacifica che scongiuri l'ipotesi di una guerra civile. Tuttavia, divisioni nell'opposizione erano emerse esplicitamente a fine agosto quando sono nati a distanza di poco: la Commissione generale della rivoluzione siriana, coalizione composta dall'unione di 44 gruppi rivoluzionari; e ad Istanbul, il Consiglio nazionale siriano di transizione, ispirato all'esperienza libica e composto da 94 membri. A presiederlo era stato chiamato, Burhan Ghalioun, docente universitario a Parigi. Lo scopo di entrambi era quello di costruire un fronte unitario delle opposizioni. Il 15 settembre viene formato il Consiglio nazionale siriano, composto da 140 membri. Il Cns si fonda su di un accordo tra le opposizioni basato su tre punti: il proseguimento delle proteste fino alla caduta del regime di Bashar al-Asad, il rifiuto della violenza come strumento di lotta ed il mantenimento dell'integrità territoriale della Siria. Qualche giorno più tardi, si è riunito in un sobborgo di Damasco il Comitato di coordinamento nazionale siriano per la transizione democratica - che rappresenta la vecchia guardia delle opposizioni tra cui il giornalista Michel Kilo – che ha esortato i siriani a lottare uniti fino al rovesciamento del regime. All'interno delle opposizioni cresce inoltre il dibattito sull'opportunità di armare o meno le proteste e su quale tipo di intervento internazionale sia preferibile (militari o osservatori Onu), nella consapevolezza che, nonostante la guerra di logoramento ingaggiata dal regime, la via della violenza potrebbe giustificare la repressione ed innescare dinamiche incontrollabili in un paese in cui il rischio di un conflitto interno è dietro l'angolo.
L'isolamento del regime siriano
Damasco continua ad alternare dura repressione e deboli aperture diventando un interlocutore sempre meno credibile per le opposizioni, ma anche per gli attori della comunità internazionale, compresi gli alleati storici che cominciano a pensare ad un post-Asad. Alla vigilia del Ramadan, ad Hama, l'esercito siriano è stato responsabile della giornata più sanguinosa dall'inizio delle proteste facendo tra le 80 e le 100 vittime. Ad una settimana di distanza si è ripetuto a Deir ez-Zor. Questo è costato al regime la prima condanna da parte del Consiglio di sicurezza (Cds), un crescente isolamento da parte della comunità internazionale (Usa, Ue, ecc.) e di un gran numero di paesi ed istituzioni politiche e religiose del mondo arabo-musulmano, Arabia Saudita in testa, ma anche da parte dei suoi principali alleati Turchia, Russia ed addirittura Iran.
Il 18 agosto il presidente americano, Barack Obama, rompe gli indugi e chiede esplicitamente all'omologo siriano, Bashar al-Asad, di farsi da parte. Contestualmente Usa ed Ue adottano ulteriori sanzioni – dirette alle esportazioni di petrolio - e due missioni umanitarie del Consiglio per i diritti umani (Unhrc) e della Croce rossa internazionale visitano il paese. Anche il tentativo di mediazione della Lega araba risulterà inutile. Non è stata scartata neanche l'opzione militare, che però trova la ferma opposizione della Turchia - che starebbe studiando con l'amministrazione Obama una strategia di uscita dalla crisi - e di Iran e Russia che continuano, almeno ufficialmente, a non mettere in discussione la leadership di al-Asad esigendo però la fine delle violenze e l'avvio di riforme. Il governo di Teheran starebbe riorganizzando le proprie priorità strategiche in previsione di un prossimo eventuale collasso siriano guardando all'Iraq. Inoltre l'opposizione siriana avrebbe aperto dei canali di comunicazione con la Repubblica islamica nel tentativo di fugare i timori di questa riguardo il post-Asad e per esortarla a ritirare il sostegno al regime baathista. Maturava da tempo il cambio di rotta del governo turco esplicitato a metà settembre dal premier, Tayyep Erdogan, durante il discorso di Tripoli. Alla Siria resta l'”approccio equilibrato” della Russia (capofila del Brics – Brasile, Russia, India, Cina Sudafrica) su cui si sono intensificate le pressioni dell'amministrazione Obama e della Francia - per il raggiungimento di un accordo al Consiglio di sicurezza sull'adozione di nuove misure contro il regime siriano - dopo l'annuncio dell'Unchr che il numero delle vittime tra i manifestanti anti-governativi avrebbe raggiunto quota 2.700.
Montano inoltre i toni anti-iraniani. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, e l'ex primo ministro britannico, Tony Blair, mettendo Siria ed Iran in un unico calderone, hanno accennato ad un intervento militare mirato a contrastare la minaccia nucleare iraniana. Questi commenti fanno eco alle voci (Meir Dagan, ex direttore del Mossad, Robert Baer, ex agente della Central Intelligence Agency e Dick Cheney, ex vice-presidente americano) che circolano da gennaio riguardo un possibile attacco preventivo israeliano contro siti nucleari iraniani. L'Iran, da parte sua, ha già informato le Nazioni unite che non esiterà a rispondere a qualsiasi atto di aggressione che minaccerà il suo territorio.
Turchia: “zero problemi con la primavera araba”
La Turchia, Stato laico a maggioranza sunnita e membro della Nato, sembrerebbe essere l'attore che maggiormente stia riuscendo a trarre vantaggio dai rimescolamenti geopolitici mediorientali e ad imporsi come modello regionale. Il governo di Ankara, grazie alla politica promossa dal ministro degli Esteri, Ahmet Davutoğlu, “zero problemi con i paesi vicini”, già da tempo è riuscito ad accreditarsi come possibile interlocutore presso molti governi (dall'Iran, agli USA). Partendo da questa favorevole premessa, il governo turco sta inoltre avendo il merito di saper interpretare i sentimenti primaverili dei popoli arabi. In due settimane Erdogan ha raffreddato le relazioni col regime di al-Asad e col “bambino viziato” Israele (a seguito del caso Flotilla Freedom), è partito per un tour Egitto-Tunisia-Libia e dal Cairo ha appoggiato la candidatura dell'Ap all'Onu, guadagnandosi ulteriore appoggio dall'opinione pubblica araba, una manna per le ambizioni “neo-ottomane” della Turchia. Le opposizioni siriane riunite ad Istanbul avevano annunciato la nascita di un “Consiglio Nazionale” in rappresentanza delle principali voci di dissenso al regime. Potrebbe, dunque, la Turchia assumere il ruolo di traghettatrice nella transizione democratica siriana?
I logori equilibri mediorientali sembrano dover cedere da un momento all'altro sotto la pressione delle istanze di cui s'è fatta portatrice la “primavera araba”. L'importanza strategica della regione rimane intatta. Nuovi attori emergono, altri non vogliono essere tagliati fuori dalla ridefinizione dei rapporti di forza regionali. Staremo a vedere come riusciranno a comporsi queste diverse esigenze.
Comunque vadano le cose, la sensazione è quella di un prossimo profondo rimescolamento delle carte in Siria ed in Medio oriente. All'interno delle opposizioni sta prevalendo l'opinione che i siriani debbano rovesciare da soli il regime. L'intervento internazionale, in un contesto così delicato, dovrebbe ridursi a sanzioni ed osservatori Onu. Resta da capire come le diverse istanze, le rivendicazioni dei manifestanti e le necessità strategiche degli attori regionali ed internazionali, riusciranno a comporsi nella ridefinizione degli equilibri.

martedì 29 marzo 2011

Contro-manifestazione lealista alla Moschea Omayyade

Su Facebook il gruppo Syrian Revolution, che ormai raccoglie più di 80mila adesioni, ha lanciato per il 25 marzo una nuova giornata di mobilitazione per dare un'ulteriore spallata al regime di Damasco, ma i lealisti intervengono a sabotare la protesta


Damasco, venerdì 25 marzo 2011 – E' mezzogiorno e un quarto quando infilo l'ingresso del suq al-Hamidiyeh, affascinante mercato coperto che porta diritto alla Moschea Omayyade nel centro della Vecchia Damasco. Mi si para di fronte uno sciame di persone che passeggiano distrattamente, che mi vengono incontro, che mi offrono un po' di tutto. E' venerdì e la preghiera dovrebbe finire a momenti. Ho saputo che ci sarebbero dovute essere alcune dimostrazioni contro il regime proprio nella zona della moschea, ma per ora non si vede nulla. Continuo a camminare rapidamente nel suq. A qualche decina di metri dalla moschea inizio a sentire in lontananza i primi cori che diventano sempre più nitidi. Ecco ci sono! Aumento il passo. Una volta giunto alla piazza antistante l'ingresso principale della moschea rimango sorpreso. Non trovo ciò che mi aspettavo. I manifestanti sono pochi, qualche decina. Mostrano ritratti del presidente, sventolano bandiere siriane e cantano slogan pro-regime. Somiglia tanto ad uno di quei piccoli cortei a sostegno del presidente che avevo visto passare nei giorni precedenti in vari punti della città. Caroselli composti da 4/5 macchine clacsonanti rimpinzate di bandiere siriane, i cui finestrini erano rivestiti per intero da adesivi con l'effige di Bashar al-Assad (come molti taxi).

Guardando il portone della Moschea Omayyade sulla sinistra un gruppo di persone inneggia al presidente, sulla destra un furgoncino è decorato da uno striscione pro-regime. I manifestanti cantano “Allah! Surya! Bashar w bas!” (Dio! Siria! Bashar e basta!). Insomma tutto sembra poter essere ricondotto ad una manifestazione di lealisti. Scatto qualche foto, un signore mi ferma e mi chiede "sei un giornalista?", "no, sono un turista" rispondo amabilmente. Giro l'angolo e me ne vado verso il Palazzo Azem. Improvvisamente dall'interno della moschea sento provenire un boato, poi subito un altro. Torno rapidamente sui miei passi. La folla radunata nella piazza davanti alla moschea ora è raddoppiata ed è molto meno tranquilla. Preme per entrare nella moschea, dall'interno della quale continuano a provenire boati, segnali evidenti che dentro qualcosa sta succedendo. Qua e la tra la folla ondeggiante si sviluppano focolai di rissa, ma è difficile individuare le fazioni che si affrontano. Apparentemente non ci sono forze dell'ordine. La tensione è alta e c'è grande confusione. La preghiera è finita. La folla riesce ad irrompere nella moschea dove si scontra con il flusso di persone che stanno uscendo proprio dalla sala della preghiera. Si verificano nuovi scontri, ma continua ad essere difficile identificare le parti che si contrappongono. Gruppi di persone si coagulano intorno a singoli e cominciano a colpirli con pugni e calci, mentre un corteo di poche decine di persone fa il giro della piazza interna alla moschea per poi tornare all'ingresso principale dove comincia a fare pressione per uscire. La tensione continua a salire, si verificano nuovi scontri a ridosso del grande portone della moschea, questa volta all'interno. I fedeli (tra cui molte donne) si schiacciano sul lato opposto e osservano attoniti l'evolversi degli eventi. Nessuno ovviamente si prende la briga di togliersi le scarpe anche se ci si trova in un luogo sacro. E' il caos! Il corteo riesce ad uscire ed è allora che gli addetti della moschea riescono a chiudere il portone e a riportare la calma all'interno.

All'esterno ancora scontri e la polizia in borghese rivela la sua presenza entrando in azione effettuando alcuni arresti ed alcune azioni di forza con lo scopo di riportare ordine. Un ragazzo viene strattonato dalla folla e costretto con la forza ad entrare in una macchina parcheggiata all'esterno della moschea. Il corteo lealista continua il percorso all'interno del suq dirigendosi fuori dalla Vecchia Damasco. Sono più o meno le 14.00 quando torna la calma. Rimangono alcune decine di poliziotti in borghese (si distinguono da uno spesso elastico verde che hanno intorno al polso) che controllano i documenti e gli apparecchi fotografici di pochi mal capitati, tra cui alcuni turisti, che si sono attardati a fotografare gli scontri. Non resta altro da fare che dirigersi verso Bakdash (sfiziosa gelateria nel suq al-Hamidiyeh), gustarsi un ottimo gelato con pezzi di pistacchio e riprendere a respirare tranquillamente.

Nella parte moderna di Damasco molti tassisti sono parcheggiati ed intenti ad incollare sui finestrini delle proprie vetture i soliti grandi stickers trasparenti sui quali è raffigurato il volto di Bashar al-Assad. Chiedo ad uno di loro se mi può accompagnare e mi risponde che non lavora, che è impegnato con gli stickers. Nel frattempo caroselli di auto si sono formati un po' ovunque nella città coinvolgendo con il loro clacsonare tutti gli automobilisti. Molte persone viaggiano sporgendosi dai finestrini mostrando foto in cui è ritratto il presidente o sventolando bandiere siriane. Passando davanti ad una serie di piccoli caffè disposti uno dopo l'altro, sento rimbombare lo slogan “Allah! Surya! Bashar w bas!”. E' l'eco proveniente dalle tv accese all'interno che stanno trasmettendo la manifestazione in tempo reale.
C'è un'atmosfera da "Una giornata particolare". Tutta la città sembra avere un'irrefrenabile voglia di dimostrare il proprio sostegno all'amato presidente.

Ghigo Orson Galera

Movimento in crescendo

Il movimento anti-confessionale libanese scende per la terza volta in piazza in meno di un mese e dimostra di avere un seguito in continua crescita



Beirut, 20 marzo 2011 – Il 27 febbraio scorso il movimento aveva emesso il suo primo vagito. Nonostante una pioggia torrenziale 2mila persone avevano risposto all'invito lanciato su Facebook da un gruppo creatosi spontaneamente sull'onda dell'entusiasmo suscitato dalle rivolte tunisine ed egiziane. Il gruppo chiamava i cittadini libanesi, a prescindere dalla confessione di appartenenza, a manifestare contro il regime confessionale-comunitario accusato di approfittare delle divisioni religiose per sostenere una classe politica corrotta e composta da ex criminali di guerra. La domenica successiva, 6 marzo, con una nuova manifestazione anti-settaria che ha attraversato la città di Beirut dal quartiere di Dora (periferia est) all'Elecrticity bldg. (nel quartiere di Mar Mikhael Nahr) il movimento era riuscito a dare una nuova prova di forza. Alla fine della manifestazione secondo le forze dell'ordine avevano partecipato 7mila persone, per gli organizzatori 15mila, ma il dato era chiaro, il movimento era riuscito a convincere molti/e a scendere in piazza per chiedere un cambiamento. Dopo due settimane di pausa (domenica 13 marzo la coalizione 14 marzo ha celebrato il sesto compleanno in Piazza dei Martiri) il movimento che si oppone al regime confessionale-comunitario è tornato in piazza sempre senza insegne di partito, sempre solo armato di bandiera libanese, ma ancora più numeroso ed ancora più convincente. Questa volta a sfilare lungo il percorso che andava da Place Sassine al Ministero degli Interni (di fronte al Sanayeh Garden) ci sono state ben 25mila persone. Lo slogan è stato ancora una volta “Ashab iurid asqat an-nizam at-taifi!” (la gente vuole la caduta del regime comunitario!). Ma non solo, attorno alla richiesta dell'abolizione del regime comunitario-confessionale (che vuol dire abolizione della divisione per comunità delle cariche politiche e delle quote comunitarie in parlamento), se ne sono coagulate molte altre come l'adozione di una legge elettorale proporzionale (in cui il Libano diventi un singolo distretto elettorale), l'introduzione nell'ordinamento dello statuto e del matrimonio civile, la possibilità per le donne di dare la nazionalità ai propri figli e ai propri mariti (qualora questi siano stranieri), ma anche richieste sociali, quali migliori condizioni lavorative, aiuti economici più consistenti da parte dello Stato verso le fasce più povere della popolazione e politiche statali che rendano il diritto alla casa, all'educazione e alla sanità più accessibili per tutti i cittadini libanesi. In segno di buon augurio il passaggio del corteo è stato più volte salutato dal lancio di riso da parte dei curiosi affacciati a finestre e balconi che hanno ricevuto il boato di ringraziamento dei manifestanti entusiasti. Davanti al Ministero degli Interni il corteo era atteso da altri giovani del movimento che proprio lì da diverse settimane hanno sistemato le proprie tende. La manifestazione si è quindi conclusa dopo il rituale inno nazionale libanese cantato da tutti e dopo la lettura delle rivendicazioni da parte di una rappresentante del movimento di fronte alle telecamere del canale televisivo libanese Al-Jadida. Con l'innegabile successo di questa terza giornata di mobilitazione il movimento ha dimostrato che sempre più gente vuole la caduta del regime.

Ghigo Orson Galera

foto di Noura Nasser

domenica 20 marzo 2011

La Seconda Rivoluzione dei Cedri?

La coalizione "14 marzo" per celebrare il sesto anniversario della Rivoluzione dei Cedri (14 marzo 2005), chiama il proprio popolo a radunarsi in massa come sei anni fa in Piazza dei Martiri nel centro di Beirut. Questa volta non per chiedere il ritiro delle forze siriane dal territorio libanese, ma per dire “NO!” alle armi “illegittime” di un avversario interno, Hezbollah.

Beirut, 13 marzo 2011 - Sono appena le prime ore del giorno, quando si cominciano a sentire in lontananza i primi segni della giornata che sarà. Il clima è perfetto, cielo terso e sole primaverile. Dalle 9.00 inizia un crescendo di clacson, di megafoni, di cori e di vociare. Il popolo del 14 marzo ha cominciato ad affluire verso piazza dei Martiri dove tutto è stato attrezzato già dal giorno prima per celebrare il sesto anniversario della Rivoluzione dei Cedri. A partire dalle 11.00 sono previsti, in ordine di importanza, gli interventi di vari leader ed esponenti della coalizione in un climax che avrà il suo culmine col discorso di Saad Hariri, primo ministro fino al 12 gennaio scorso, ora in carica ad interim.

Avvicinandosi alla piazza aumenta la concentrazione delle forze di polizia e dell'esercito che per evitare disordini hanno blindato la piazza con posti di blocco (utilizzando i carri armati) già a qualche centinaio di metri dall'ingresso della stessa. La piazza è tutta transennata e per accedervi bisogna passare per una perquisizione. Non solo, i leader si rivolgeranno alla piazza protetti da una schermatura in vetro antiproiettile che li dividerà dai loro sostenitori. Insomma nulla o quasi è lasciato al caso.
Una volta passati i controlli si apre davanti agli occhi una piazza carica di sole, persone e bandiere. Intorno al milione di presenze, si dirà poi, provenienti da tutto il Libano, ma anche dall'estero, dai paesi della diaspora libanese (Francia, Canada, Gran Bretagna, Stati Uniti, Costa d'Avorio, ecc.).
A prevalere sono le bandiere del Libano, ma non mancano bandiere di partito, quelle azzurre del movimento di Hariri Tayyar al-Mustaqbal (Corrente del Futuro), bandiere falangiste (del partito Kataeb), bandiere delle Forze Libanesi (partito di Samir Geagea) e un po' a sorpresa si intravedono alcune bandiere del Partito Socialista Progressista (partito druso) a testimoniare una seppur piccola, ma significativa fedeltà della comunità drusa alla coalizione. Nei mesi scorsi infatti il leader del partito druso, Walid Jumblat, ha lasciato la coalizione 14 marzo per aggregarsi a quella dell'8 marzo (consegnando a quest'ultima, seppure per pochi deputati, la maggioranza parlamentare). C'è chi dice, maliziosamente, per evitare ritorsioni da parte di Hezbollah e/o della Siria, c'è chi dice per senso di responsabilità nazionale.

A vegliare sulla piazza ci sono le gigantografie dei volti dei Martiri della Rivoluzione dei Cedri: Rafiq Hariri, Samir Kassir, George Hawi, Gebran Tueni, Pierre Amine Gemayel, Walid Eido, Antoine Ghanem. Uomini politici e giornalisti tutti assassinati tra il giugno 2005 ed il settembre 2007.

La parola d'ordine di questa giornata è “NO!” (“LA!” in arabo). “LA!” si legge sulle magliette e sui berretti di numerosi presenti. No alle armi che non siano quelle dell'esercito regolare libanese, no ai ricatti delle milizie armate (chiaro riferimento al partito/milizia sciita Hezbollah), no all'abbandono da parte del prossimo governo dell'intesa stipulata con l'ONU per il Tribunale Speciale per il Libano (TSL), no alla strategia stragista mirata ad eliminare personaggi scomodi della politica e della cultura che ha caratterizzato il recente passato del paese, no all'influenza delle potenze straniere nella vita politica libanese (Iran, Siria, ma anche Israele).

Dopo una serie di interventi da parte dei leader dei partiti minori e di altri esponenti della coalizione, tra cui Elias Atallah, della Sinistra Democratica (partito che ha tra i suoi fondatori uno dei martiri il giornalista Samir Kassir, ucciso nel giugno del 2005), Sebouh Kalbakian del partito della comunità armena Henchak e Dory Chamoun del Partito Liberale Nazionale, è stata la volta dei big.


Ad aprire le danze è Samir Geagea, il “Dottore” (Hakim), come viene chiamato qui, carismatico e controverso leader delle Forze Libanesi, nonché ex warlord condannato all'ergastolo per aver ordinato quattro omicidi politici durante la guerra civile (tra cui quello dell'ex premier Rashid Karami) e in libertà grazie ad un'amnistia votata dal Parlamento appositamente per lui nel luglio 2005.
Un grande boato della folla segue l'annuncio del suo arrivo sul palco, seguito dal coro “HAKIM! HAKIM!” che contagia tutta la piazza.
Geagea scalda i presenti annunciando una Seconda Rivoluzione dei Cedri, questa volta non diretta all'allontanamento di un nemico esterno dal territorio libanese (all'epoca le forze siriane), ma contro un nemico interno armato, Hezbollah, e contro il suo “statelet”, Stato nello Stato.

Anche Amin Gemayel alla testa del partito falangista Kataeb (ex milizia), riafferma i principi della Rivoluzione dei Cedri. Secondo l'ex Presidente della Repubblica, Hezbollah ha dimenticato la sua funzione anti-israeliana, ha dimenticato le varie questioni territoriali causa di controversie tra i due paesi confinanti e ha rivolto verso l'interno il suo potenziale militare servendosene nella discussione politica come leva di ricatto costante. Il suo solo obiettivo, secondo Gemayel, è l'annullamento dell'intesa stipulata dal Libano con l'ONU sul TSL (che si suppone stia per accusare alcuni esponenti di primo piano del partito sciita), ma “noi vogliamo che il TSL faccia luce sulla verità”. Insiste ancora l'ex presidente affermando che “l'unità e la stabilità del paese non potranno mai essere realizzate senza che le armi illegittime vengano rimosse”. Solo così è possibile “salvare il Libano e costruire lo Stato”.

Nell'attesa del leader della coalizione, Saad Hariri, vengono srotolati lungo i due lati dell'edificio del Virgin Megastore, alle spalle del palco, due enormi teli. Da un lato la bandiera libanese, dall'altro una gigantografia del sovrano saudita Abd Allah bin Abd al-Aziz Al Saud a ribadire, se ce ne fosse bisogno, chi c'è dietro alla famiglia Hariri e al sostegno alla comunità sunnita libanese.

La musica annuncia l'imminente arrivo di Saad Hariri e partono i cori “Saad! Saad!” sulla scia dei quali fa il suo ingresso trionfale il quarantenne figlio dell'ex premier Rafiq Hariri (ucciso sei anni fa in un attentato e sul cui assassinio sta investigando il già citato Tribunale Speciale per il Libano). La piazza si scalda per la presenza sul palco del suo leader e per il sole già pienamente primaverile nonostante sia appena metà marzo. Hariri con un gesto che si addice più ad una rockstar che ha un capo di partito si toglie la giacca e si rimbocca le maniche, la folla apprezza ed esulta. Faticando a sovrastare con la sua voce gli incitamenti della folla comincia il suo discorso. E' “impossibile che le armi sconfiggano un popolo che chiede verità, giustizia e democrazia”. “Noi non rinunceremo alla nostra libertà, alla democrazia e alla Costituzione” e aggiunge che tutte le armi fuori dal controllo dello Stato devono essere consegnate all'esercito, questo “Non è impossibile!”. “Ciò che vogliamo è che sia l'esercito libanese a difenderci da Israele” e non Hezbollah. Al contrario, insiste Hariri, “impossibile è che qualcuno mantenga la propria poltrona per venti anni”, facendo riferimento a Nabih Berri leader di Amal (movimento sciita che fa parte della coalizione 8 marzo) da venti anni Presidente della Camera. “Accettate armi che siano fuori dal controllo dello Stato? Accettate un governo che cerchi di eliminare il TSL?” Saad Hariri incalza la piazza che euforica ad ogni domanda risponde all'unisono con un secco “NO!”. E ancora “Accettate che il Libano sia in mani straniere?” (alludendo all'Iran e alla Siria). “Avete sentito loro (8 marzo) dire ancora una volta che (ottenere ciò che rivendichiamo) è impossibile. Ma questo non funzionerà perché già sei anni fa, quando Rafik Hariri fu martirizzato e ci siamo riuniti in questa piazza, sapevamo che nulla è impossibile" ribadisce Hariri.

Terminato il discorso il leader sunnita saluta il suo popolo e lo invita a seguire il corteo di auto (dei SUV blindatissimi) con cui si allontanerà dalla piazza, per un ultimo bagno di folla. La piazza risponde accerchiando il corteo di vetture parcheggiate dietro al palco per salutare il proprio beniamino. Poi tutti tornano a casa, chi a piedi, chi in macchina, chi a bordo di un autobus sgangherato; stanchi, ma soddisfatti per le parole di fermezza che hanno sentito pronunciare dai propri leader.

L'unico “incidente” della giornata viene registrato in serata nella regione della Bekaa dove alcuni giovani hanno bloccato le strade dando fuoco ad alcuni pneumatici per ostacolare il rientro di coloro che tornavano da Beirut. Una piccola provocazione che non ha macchiato una giornata sostanzialmente di festa.

Ghigo Orson Galera