martedì 8 luglio 2014

Carlos Eddé. Il Libano visto da un "brasiliano" (del 15 gennaio 2013)

Carlos Eddé, leader del partito Blocco Nazionale, è il discendente di una delle più importanti dinastie politiche libanesi, gli Eddé appunto. Suo nonno Emile è stato un importante uomo politico ed ex-presidente del Libano durante il Mandato francese. Suo zio, Raymond, e suo padre, Pierre, sono stati personaggi politici di grande rilievo. Con la morte dello zio, nel 2000, Carlos, cresciuto in Brasile, si è trovato senza volerlo catapultato nell'arena politica del paese dei cedri. Il suo essere in un certo senso un “estraneo”, gli consente di avere uno sguardo più distaccato sul paese. Lo intervistiamo per conoscere il suo parere su tre temi di grande attualità: il Dialogo Nazionale, il dibattito sulla riforma della legge elettorale e gli eventi siriani.  

Secondo lei, qual'è il principale ostacolo che blocca le trattative sul tavolo del Dialogo Nazionale (DN)? Bisogna fare un passo indietro e tornare agli inizi. Il DN era stato utilizzato, poco tempo dopo la “Rivoluzioni dei Cedri” (2005), da Nabih Berri per insabbiare la questione dell'impeachment dell'allora presidente della Repubblica Emile Lahoud. Io avevo fatto parte della commissione che se ne occupava. Nabih Berri ha fatto virare la discussione del Dialogo Nazionale sul tema delle armi di Hezbollah, facendo passare in secondo piano l'impeachement. Nel 2006 Hezbollah ha provocato la guerra contro Israele, distogliendo l'attenzione dal DN. Proprio durante una delle riunioni del DN, Hassan Nasrallah aveva dichiarato che non ci sarebbero state operazioni militari contro gli israeliani durante l'estate. Una settimana dopo siamo stati tutti colti di sorpresa. Quando si è tornati al tavolo del DN, la questione delle armi era diventata quella della “strategia di difesa nazionale”, ancora una volta per rigirare la frittata. Hezbollah (ed i suoi alleati), per studiare delle concessioni sulle armi, avevano chiesto in cambio l'elaborazione di riforme strutturali che portassero la struttura politica del paese verso un “triumvirato” (cristiani, sunniti, sciiti) e superassero l'attuale ripartizione dei poteri (50-50) tra cristiani e musulmani. La coalizione 14 marzo ha rifiutato tale condizione.  

Qual'è allora lo scopo del DN secondo lei? In generale, ogni volta che viene riesumato il DN è perché vogliono (8 marzo) insabbiare o bloccare qualche questione. Perché fare appello al DN quando c'è un Parlamento e cioè un luogo istituzionale deputato al dialogo politico nazionale? E perché dialogare con forze che non rispettano quegli impegni che hanno preso proprio al tavolo del DN? In seguito ci sono stati gli scontri del 7 maggio 2008 ed il “Diktat” di Doha (dopo il quale il BN lascia il 14 marzo).  

Perché ha lasciato la coalizione 14 marzo? Quali sono gli errori della coalizione per quanto riguarda il DN? Il mio rimprovero al 14 marzo, dal punto di vista della negoziazione con l'8 marzo, era quello di vendere ad un compratore che ha la reputazione di non pagare. Il DN fa parte della strategia “win-win” dell'8 marzo. Questi, chiamando al dialogo il 14 marzo, “vincono” in ogni caso. Se il 14 marzo accetta il dialogo vengono messi in un angolo (perché sulla questione delle armi solo Hezbollah ha l'ultima parola) e se non accettano vengono accusati di non volere il dialogo. Inoltre, c'è la questione degli attentati politici i cui sospettati ruotano intorno ad Hezbollah, compreso l'ultimo, quello del 19 ottobre in cui è rimasto ucciso Wissam al-Hassan. Perché cercare il dialogo con chi rifiuta di consegnare al Tribunale Speciale i 4 sospetti dell'attentato a Rafiq Hariri? Con chi non può decidere direttamente delle proprie azioni (perché controllato dall'Iran)? Ed infine, perché cercare il dialogo con una forza politica che è armata? 

Questa sua posizione rispetto ad Hezbollah è emersa anche in un recente articolo, nel quale lei ha criticato l'apertura che il patriarca maronita Bechara al-Rai ha fatto verso il partito sciita. Per quale motivo Hezbollah non sarebbe un interlocutore politico credibile? Se si torna alle dichiarazioni degli esponenti di Hezbollah, se si legge il libro scritto dal numero due del partito, lo sheikh Naim al-Qassem, si scopre che si dice nero su bianco: che Hezbollah è parte integrante della Rivoluzione iraniana; che la leadership è nominata dalla Rivoluzione iraniana; che il partito è subordinato alla Guardia rivoluzionaria (iraniana); ed infine, che tutte le decisioni più importanti sono prese, in ultima istanza, unicamente dalla Guida suprema della Rivoluzione iraniana. Quando si parla ad un partito che ha una leadership, degli ordini, dei finanziamenti, delle armi, una dottrina, ecc. che provengono direttamente dall'Iran...beh non si sta parlando ad un interlocutore libanese, si sta parlando con l'Iran. Hezbollah è uno strumento di politica strategica della Rivoluzione iraniana in Libano. Dunque non esiste dialogo possibile. L'unico tema sul quale avrebbe senso dialogare sono le armi, perché in presenza di armi non esiste un reale dialogo, non esiste una reale competizione elettorale.  

Nel 2009, il suo partito BN ha lasciato la coalizione 14 marzo. In alcune interviste lei ha lasciato intendere che i suoi ex alleati politici hanno “tradito” i principi e gli ideali che avevano animato la “Rivoluzione dei Cedri” nel 2005, in seguito alla quale la coalizione si era formata. Quali sono i problemi che l'hanno allontanata dalla coalizione 14 marzo? La coalizione 14 marzo si trova di fronte a due principali problemi: il primo è un problema strutturale dell'alleanza stessa. Questa è stata costruita contro qualcosa e non per qualcosa o per l'attuazione di un programma comune. Questo significa che la coalizione ritrova la sua unità solo se di fronte ad un pericolo imminente, altrimenti le sue varie componenti (molto diverse politicamente tra loro) vanno ognuna per conto proprio. Questa dinamica si è verificata diverse volte. La prima volta all'indomani della “Rivoluzione dei Cedri”, in occasione delle elezioni del 2005. Le forze politiche del 14 marzo hanno costruito le loro alleanze elettorali frammentandosi e senza costituire un blocco elettorale unitario. Ingenuamente hanno pensato che tendendo la mano ad Hezbollah potevano allontanarlo dalla Siria. Cadono sempre nelle stesse trappole. Non imparano mai dai loro errori. Inoltre, non hanno tenuto conto di una componente importante della coalizione, le forze della società civile (che hanno partecipato attivamente alla “Rivoluzione dei Cedri”), che non fanno parte dei partiti principali e che non ne condividono i programmi. Insomma sono incapaci di fare un piano e perseguirlo. Sanno solo fare una politica in reazione a qualcos'altro o di approfittare di situazioni contingenti com'è il caso adesso con ciò che succede in Siria.  

Per quanto riguarda il dibattito sulla riforma della legge elettorale, le proposte di legge sotto le quali si potrebbero tenere le prossime elezioni sono: quella del 1960 tornata in vigore con gli accordi di Doha nel 2008 (sistema maggioritario di lista ad un turno e 24 circoscrizioni elettorali); il disegno di legge approvato dal governo e discusso in commissione parlamentare (sistema proporzionale e 13 circoscrizioni elettorali); la proposta dei partiti conservatori cristiani, Forze libanesi e Partito Falangista (sistema maggioritario di lista ad un turno e 50 circoscrizioni elettorali); e la cosiddetta proposta “greco-ortodossa”, (sistema proporzionale, una sola circoscrizione per tutto il paese e l'abolizione del principio del collegio elettorale unico, cioè ogni cittadino può votare solo per i seggi destinati alla propria comunità d'appartenenza). Ci può fare un'analisi delle diverse alternative? Per quanto riguarda il Libano, prima di tutto bisogna precisare che qualsiasi sia la legge elettorale questa è falsata dal fatto che noi viviamo in un regime confessionale (come previsto dalla Costituzione libanese, le cariche politiche e dell'amministrazione pubblica, sono distribuite tra le principali comunità religiose, secondo un rapporto di 50-50 tra cristiani e musulmani,). L'accordo di Taif ha attribuito alle comunità cristiane la metà dei poteri pubblici, compresa la metà dei seggi del Parlamento. Dunque la competizione elettorale si gioca attraverso queste variabili. Il sistema maggioritario di lista ad un turno, qualsiasi sia il numero delle circoscrizioni, pone il problema delle liste elettorali. Quelle che io chiamo gli “autobus” elettorali, sono liste che aggregano in una certa circoscrizione personalità che spesso non hanno nulla in comune, il cui unico scopo è quello di avvantaggiarsi dei voti degli altri appartenenti alla lista (l'elettore vota la lista di cui fa parte il candidato). Questo sistema provoca delle ingiustizie e delle iniquità perché: da un lato, l'elettore votando un membro della lista si trova obbligato a votarne altri che non voterebbe altrimenti; dall'altro, i candidati si trovano ad essere dipendenti, non dal voto dell'elettore, ma dai leader della lista (normalmente coloro che dispongono del maggiore bacino di voti all'interno della lista), di cui sfruttano la forza elettorale, ed ai quali devono obbedienza una volta eletti. Questo sistema è una catastrofe. È un sistema ideale per i potenti che si fanno pagare ingenti somme per inserire un candidato nella loro lista. Inoltre, con questo sistema i candidati outsider vengono facilmente tenuti ai margini. Il sistema proporzionale è complicato da applicare al sistema confessionale. Normalmente ogni partito procede, all'interno della sua lista, ad una classificazione dei suoi candidati. La distribuzione confessionale dei seggi complica le cose. Tra l'altro non è stata fatta ancora la simulazione matematica per determinare le attribuzioni dei seggi con questo sistema. Inoltre, nella situazione attuale, in cui certe forze politiche possiedono delle armi, si rischia che queste forze possano, attraverso la coercizione, ottenere molti voti. La cosiddetta proposta “greco-ortodossa” non è altro che la proposta di Elie Ferzli (uomo politico libanese vicino al regime siriano), un agente siriano, e non serve ad altro che a dividere il paese. Questa proposta ha l'effetto di tranquillizzare le comunità cristiane che vedono in essa la possibilità di poter scegliere direttamente i propri candidati. Di fatto provoca l'estremizzazione in senso comunitario del Parlamento. Questo perché con l'abolizione del sistema del collegio elettorale unico, il discorso politico si estremizzerà in senso comunitario, perché per un candidato, la sua elezione non dipenderebbe più dai voti dei connazionali membri di un'altra comunità. Questo sistema è catastrofico per i cristiani anche per un secondo motivo, perché farà delle elezioni un censimento indiretto, che rivelerà il reale peso politico dei cristiani in Libano. Questo potrebbe legittimare le pretese, delle comunità musulmane, di revisione della distribuzione delle quote comunitarie. Dunque tutti questi sistemi non funzionano. 

Qual'è la sua proposta? Il sistema che sarebbe meno nocivo, per una società come quella libanese, è il sistema della circoscrizione uninominale a doppio turno (sistema uninominale a doppio turno, 128 circoscrizioni, una per ogni seggio parlamentare da attribuire). Prima di tutto, in un tale sistema, le circoscrizioni non devono per forza essere uguali per numero di elettori, in Francia non lo sono, in Gran Bretagna non lo sono, ecc. Secondo, c'è una maggiore intesa inter-comunitaria su scala locale piuttosto che su quella nazionale. Semplicemente perché gli abitanti di una stessa area, qualunque sia la loro comunità d'origine, vanno nelle stesse scuole, negli stessi supermercati, negli stessi cinema, insomma si conoscono. Terzo, è l'unico sistema che obblighi gli eletti a dover render conto agli elettori. Infine, questo sistema rende più difficile la frode elettorale. Visto che le circoscrizioni comprenderebbero un numero ridotto di elettori, dunque di voti, questi sarebbero più facilmente controllabili. Stranamente di questo sistema elettorale non si è mai parlato in Libano. Credo faccia paura a molti. Con un tale sistema molti di coloro che sono stati eletti nel 2009 sarebbero fuori dal Parlamento. Inoltre, l'influenza dei capilista, dei potenti locali, sarebbe ridotta di molto.  

Si presenterà alle prossime elezioni (giugno 2013)? Preferisco non rispondere alla domanda. Non so ancora sotto quale legge elettorale si svolgeranno. È come se mi chiedesse di giocare ad un gioco di cui non conosco le regole.  

Per quanto riguarda la Siria, che idea s'è fatto della situazione? In generale, quando si verifica una rivoluzione, si parte da una reazione popolare, di cui approfittano, in un momento successivo, altre forze. Se si guarda ad esempio alla rivoluzione francese, questa è partita a causa del malcontento popolare per le difficili condizioni di vita. In un secondo momento gli ideologi hanno preso in mano la situazione. Stesso discorso per la rivoluzione iraniana (in un secondo momento i religiosi hanno preso in mano la situazione). In Siria la rivoluzione era inevitabile per diverse ragioni. Primo, le condizioni di vita dei siriani non sono mai migliorate. Secondo, la dominazione di un regime dittatoriale e violento è divenuta insopportabile. Terzo, il carattere arabo, per cui chi è al potere non può fare delle concessioni perché segno di debolezza. Ed infine, il sentimento che le situazioni possano durare in eterno. Com'è iniziata in Siria? Piccoli gruppi, isolati, hanno cominciato a rivendicare delle riforme e per questo sono stati violentemente repressi. Ma, più violenta era la repressione, maggiore era il numero di siriani coinvolti. Cosicché questo circolo di rivendicazione e repressione ha coinvolto un numero crescente di siriani, facendo effetto domino. Io conosco dei siriani che prima del marzo 2011 erano convinti sostenitori del regime e che col tempo si sono progressivamente avvicinati alla rivoluzione, e sto parlando di persone che appartengono all'alta borghesia siriana (che faceva affari col regime). Il regime pensava di potere ripetere i massacri del 1982 (nel 1982, ad Hama, il regime di Hafez al-Asad, schiaccia una rivolta guidata dai fratelli musulmani facendo decine di migliaia di vittime). Al giorno d'oggi, con i progressi fatti dalla tecnologia nel campo dell'informazione, non è più possibile distruggere una cittadina senza che il villaggio a fianco non ne sappia nulla. Credo quindi alla spontaneità della rivoluzione siriana nelle fasi iniziali. Col tempo però stanno prevalendo quelle forze che, per quanto minoritarie, sono più strutturate ed unitarie, perché coagulate intorno ad una dottrina forte di matrice religiosa.  

Quali crede che siano le priorità degli attori internazionali e regionali, relativamente alla situazione siriana? Per Israele la prima scelta sarebbe il mantenimento del regime alauita, perché suo alleato. Se questo dovesse cadere, la seconda opzione per Israele sarebbe lo smembramento della regione. In generale, le potenze straniere stanno manifestando una tendenza a voler lasciare la situazione marcire. Che interesse avrebbe la Russia a sostenere questo regime, sapendo che questo non può durare eternamente, se non quello di prendere tempo per lasciare marcire la situazione? Qual'è l'interesse di Israele se non quello di avere un medio oriente fatto di comunità in conflitto tra loro, piuttosto che di paesi strutturati che potrebbero avanzare pretese alle Nazioni Unite o divenire una minaccia alla sua sicurezza. D'altra parte Israele ha sempre preferito avere a che fare con gli estremisti. Per esempio in occasione della seconda intifada, Israele ha colpito l'Olp ed ha lasciato stare Hamas. É più facile dire di no a degli estremisti. Per tornare alla Siria, non credo alla teoria del complotto. Non credo che gli Stati Uniti abbiano questo potere di manovrare il mondo. Credo però che questi possano sfruttare una situazione che si viene a creare spontaneamente. Non credo nell'ipotesi di un intervento. La situazione economica dei paesi occidentali non è così florida e la memoria del fallimento in Iraq è ancora forte. Entrare in Iraq, occupandolo, è stato facile. Il difficile è stato uscirne, senza parlare del come era ridotto il paese una volta lasciato. In Libano, il Blocco Nazionale è stata la sola voce che si è opposta fin da subito all'intervento in Iraq. 

Un'ultima domanda più personale. Lei è nato in Libano, ma ha vissuto la maggior parte della sua vita in Brasile. Nel 2000, in seguito alla morte di suo zio, viene richiamato in Libano per succedergli alla testa del BN. All'improvviso si è trovato catapultato nella vita politica libanese. Da un punto di vista personale, come ha vissuto questi cambiamenti? Sebbene sia il pronipote di uno dei padri fondatori del Libano (Emile Eddé), il figlio ed il nipote di ex-deputati ed ex-ministri (Pierre e Raymond), sono stato cresciuto nel rifiuto della politica. Mio padre e mio zio mi hanno sempre scoraggiato dall'impegnarmi nella politica libanese. Quando mio zio è morto il partito non aveva un “numero due”. Quella libanese è una società fortemente clanica. Visto che ero il solo discendente che portava ancora il nome della famiglia, 17 ore dopo la morte di mio zio, senza che io ne sapessi niente, ero stato nominato alla testa del partito. La mia prima reazione è stata di rifiuto. Ho accettato, in seguito, solo perché la mia doveva essere una leadership di transizione, per dare il tempo al partito di preparare la successione. Sono 12 anni che sto aspettando un successore. Certamente tutto ciò mi ha stravolto la vita. Sono stati cambiamenti a cui non ero preparato e che non volevo. Mi sento più brasiliano che libanese e vengo dal settore privato. Il vantaggio della mia situazione è che mi permette di avere uno sguardo più distaccato sulla politica libanese ed un più ampio margine di libertà politica.

venerdì 6 aprile 2012

Statement by the Civil Campaign for Electoral Reform

After a long time of being forcibly and intentionally disregarded, the issue of the Parliamentary electoral law has suddenly and forcefully reemerged in political discussions. In the recent period, we have witnessed a number of statements and positions concerning the electoral law in general and proportional representation specifically, in addition to some hesitant demands for other reforms to be implemented, most notably non-resident voting and regulating electoral expenditure.

While the Civil Campaign for Electoral Reform encourages these discussions which it considers necessary, it reminds at the same time of the importance of complying with the legal deadline set by the Mikati Cabinet for adopting an electoral law by June 2012, which is to say that time is running out for any desired reform process. Thus, it is necessary to accelerate the discussions on the electoral file in the Cabinet and its transfer to the Parliament where it would be debated and adopted within the appropriate due processes.
Therefore, the Campaign urges all those concerned with this matter to assume their responsibilities towards their nation, and to grasp the opportunity for real and serious reform of the electoral law. The Campaign will also follow up on the efforts undertaken on this issue and will pressure decision makers in all possible ways for the adoption of proportional representation and the other reforms. For that purpose, CCER would like to announce that as part of the series of activities that it will be organizing in its effort to advocate for the adoption of a democratic electoral law, it is organizing a large popular activity on May 13 in order to urge the government to fulfill its obligations in this matter.

In a related context, the Campaign would like to reemphasize to all Lebanese citizens that the proportional representation system is the fairest and most accurate system in terms of representation, and that all statements being made today which portray proportional representation as a way to marginalize any group in society are inaccurate since these sides view the electoral law as nothing more than a tool for them to reach and maintain power.  Moreover, CCER deplores statements made by some that indicate the possibility of postponing elections in case no new electoral law was adopted or due to specific security issues. Hence, CCER renews its warnings on the dire consequences of delaying elections particularly as the Lebanese Constitution and numerous international agreements maintain the right of the Lebanese citizens to choose their representatives in periodic elections. The tendency to postpone elections is completely unacceptable and the Campaign will work to block such a plan as we did in the period preceding the Municipal elections in 2010.

Beirut, April 5, 2012

venerdì 18 novembre 2011

Siria - Scacco al Rais

“È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani... A ogni piano, mentre cade, l'uomo non smette di ripetere: "Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene"...ma l'importante non è la caduta ...ma l'atterraggio” (“L'odio” Film Francia, 1995. Regia, Mathieu Kassowitz).

Bashar al-Asad sembra voler proseguire per la strada finora intrapresa: repressione delle proteste, denuncia del complotto straniero e divieto di accesso al paese per media e organizzazioni umanitarie, che però lo sta spingendo in un vicolo cieco. Forse ha ragione Abdel Halim Khaddam - vice-presidente siriano dal 1984 al 2005, ora in esilio in Francia - quando afferma che il regime siriano è “irriformabile”. Come pretendere, allora, da un regime “irriformabile” l'apertura di un dialogo con l'opposizione e magari la formazione di un governo di unità nazionale per attuare riforme condivise? 

Tentativo di mediazione o trappola? 
L'ultimo capitolo di questa vicenda a senso unico è la sospensione della Siria dalla Lega degli stati arabi (Lsa). Il provvedimento, che ha colto tutti di sorpresa, è arrivato pochi giorni dopo che le trattative tra la Lsa e Damasco - promosse dal blocco delle monarchie del Golfo (Arabia saudita, Bahrein, Emirati arabi, Kuwait, Oman e Qatar) vicine agli Stati uniti e che non digeriscono l'alleanza siro-iraniana - avevano portato ad un accordo che indirizzasse il paese fuori dalla crisi. La “road map” prevedeva lo stop delle violenze, il ritiro dei carri armati e dell'esercito dalle strade, il rilascio delle centinaia di persone arrestate, l'ingresso e la libera circolazione nel paese di media ed organizzazioni umanitarie internazionali, l'avvio del dialogo tra regime ed opposizioni. Com'era prevedibile, il regime non ha dato alcun seguito alle obbligazioni sottoscritte. La Lsa ha dunque convocato una riunione d'emergenza, tenutasi il 12 novembre, durante la quale si è consumata la rottura, approvata da 18 paesi (su 22), con tre contrari (Siria, Libano e Yemen) e un astenuto, l'Iraq. Ancora più dirompenti sono stati i termini della rottura che prevedono, oltre alla sospensione della Siria, l'adozione di sanzioni economiche e politiche, tra cui il ritiro degli ambasciatori da Damasco, e un appello alle opposizioni affinché "si mettano d'accordo su di un progetto unico per la gestione della prossima transizione". Inoltre, la Lsa non ha escluso, al fine di proteggere la popolazione siriana, la possibilità di richiedere l'intervento di organizzazioni umanitarie, Nazioni unite incluse. Lo scenario che si delinea è quello di un Bashar al-Asad tagliato fuori. Da un lato, il regime viene ancor più isolato e delegittimato per non aver rispettato l'accordo. Dall'altro, l'apertura della Lsa al Consiglio nazionale siriano (Cns), ha elevato de facto quest'ultimo a portavoce legittimo del popolo siriano, tanto da conferirgli il compito di gestire la “prossima transizione”. 

Timore di una “libizzazione” della crisi siriana 
Il regime siriano ha definito il provvedimento di sospensione come “illegale” e dettato dall'agenda degli Stati uniti che vorrebbero aprire, in Siria, uno scenario simile a quello che ha portato alla caduta di Gheddafi in Libia. Le stesse motivazioni hanno indotto, il 4 ottobre scorso, Russia e Cina ad opporsi, con un doppio veto al Consiglio di sicurezza dell'Onu (Cds), alla proposta di risoluzione avanzata da alcuni paesi europei. Il veto russo-cinese è stato motivato dall'introduzione, nel documento, della possibilità di “misure mirate” contro il regime di al-Asad. Tra le “misure mirate” erano contemplate sanzioni economiche e/o interventi di tipo militare, ad esempio una “no fly zone” di libica memoria. Questo tipo di azione era stato più volte invocato da una parte dell'opposizione siriana vicina alla Turchia, allo scopo di dare una “copertura” alle operazioni dell'”Esercito siriano libero”. Il punto è che il regime siriano, a differenza di quello libico" non ha mai utilizzato l'aviazione. Viceversa, un'altra parte dell'opposizione si è sempre dichiarata contraria alla militarizzazione della crisi, temendo che questa possa far degenerare le divisioni etniche e confessionali in guerra civile. Lo stesso presidente del Consiglio nazionale siriano (Cns), Burhan Ghaliun, si è detto favorevole ad un intervento internazionale, se limitato ad osservatori ed organismi umanitari. Il Comitato nazionale di coordinamento (Cnc), composto dagli oppositori della “vecchia guardia”, tra cui Michel Kilo ed Hassan Abdel Azim, si è mostrato, invece, critico verso qualsiasi tipo di ingerenza esterna. Al riguardo, è stato molto chiaro il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, dichiarando più volte che un intervento militare in Siria è da escludere. 

Diritti umani o geopolitica 
Ciò che era uscito dalla porta delle Nazioni unite è rientrato dalla finestra della Lega araba. I paesi arabi, in molti dei quali i diritti umani semplicemente non esistono, si propongono come difensori della “primavera siriana”. Come giustificare questa contraddizione? Da un lato, la volontà di recidere i legami tra il regime al-Asad e l'Iran e controllare la transizione siriana, accomuna paesi influenti come le monarchie del golfo e gli Stati uniti, d'altra parte, la “primavera araba” non è finita ed è chiaro a tutti che è meglio farsela amica che reprimerla. Non si escludono controindicazioni nel lungo periodo. La Russia continua a sostenere Asad, avendo già condannato il provvedimento della Lsa e non avendo trovato un terreno d'intesa con l'opposizione. L'Iran, impegnato nel conflitto “nucleare”, causato dal rapporto recentemente pubblicato dalla International atomic energy agency (IAEA), non si è ancora pronunciato, ma il voto contrario del Libano e l'intenzione dell'Iraq di non ritirare il proprio ambasciatore a Damasco, sono segnali chiari. Due domande si pongono: come reagirà il regime siriano? Anche alla luce delle recenti dichiarazioni di Bashar al-Asad secondo cui gli basterebbero poche ore per mettere a ferro e fuoco il Medio oriente. Ma soprattutto, che ne sarà delle aspirazioni del popolo siriano?