martedì 29 marzo 2011

Contro-manifestazione lealista alla Moschea Omayyade

Su Facebook il gruppo Syrian Revolution, che ormai raccoglie più di 80mila adesioni, ha lanciato per il 25 marzo una nuova giornata di mobilitazione per dare un'ulteriore spallata al regime di Damasco, ma i lealisti intervengono a sabotare la protesta


Damasco, venerdì 25 marzo 2011 – E' mezzogiorno e un quarto quando infilo l'ingresso del suq al-Hamidiyeh, affascinante mercato coperto che porta diritto alla Moschea Omayyade nel centro della Vecchia Damasco. Mi si para di fronte uno sciame di persone che passeggiano distrattamente, che mi vengono incontro, che mi offrono un po' di tutto. E' venerdì e la preghiera dovrebbe finire a momenti. Ho saputo che ci sarebbero dovute essere alcune dimostrazioni contro il regime proprio nella zona della moschea, ma per ora non si vede nulla. Continuo a camminare rapidamente nel suq. A qualche decina di metri dalla moschea inizio a sentire in lontananza i primi cori che diventano sempre più nitidi. Ecco ci sono! Aumento il passo. Una volta giunto alla piazza antistante l'ingresso principale della moschea rimango sorpreso. Non trovo ciò che mi aspettavo. I manifestanti sono pochi, qualche decina. Mostrano ritratti del presidente, sventolano bandiere siriane e cantano slogan pro-regime. Somiglia tanto ad uno di quei piccoli cortei a sostegno del presidente che avevo visto passare nei giorni precedenti in vari punti della città. Caroselli composti da 4/5 macchine clacsonanti rimpinzate di bandiere siriane, i cui finestrini erano rivestiti per intero da adesivi con l'effige di Bashar al-Assad (come molti taxi).

Guardando il portone della Moschea Omayyade sulla sinistra un gruppo di persone inneggia al presidente, sulla destra un furgoncino è decorato da uno striscione pro-regime. I manifestanti cantano “Allah! Surya! Bashar w bas!” (Dio! Siria! Bashar e basta!). Insomma tutto sembra poter essere ricondotto ad una manifestazione di lealisti. Scatto qualche foto, un signore mi ferma e mi chiede "sei un giornalista?", "no, sono un turista" rispondo amabilmente. Giro l'angolo e me ne vado verso il Palazzo Azem. Improvvisamente dall'interno della moschea sento provenire un boato, poi subito un altro. Torno rapidamente sui miei passi. La folla radunata nella piazza davanti alla moschea ora è raddoppiata ed è molto meno tranquilla. Preme per entrare nella moschea, dall'interno della quale continuano a provenire boati, segnali evidenti che dentro qualcosa sta succedendo. Qua e la tra la folla ondeggiante si sviluppano focolai di rissa, ma è difficile individuare le fazioni che si affrontano. Apparentemente non ci sono forze dell'ordine. La tensione è alta e c'è grande confusione. La preghiera è finita. La folla riesce ad irrompere nella moschea dove si scontra con il flusso di persone che stanno uscendo proprio dalla sala della preghiera. Si verificano nuovi scontri, ma continua ad essere difficile identificare le parti che si contrappongono. Gruppi di persone si coagulano intorno a singoli e cominciano a colpirli con pugni e calci, mentre un corteo di poche decine di persone fa il giro della piazza interna alla moschea per poi tornare all'ingresso principale dove comincia a fare pressione per uscire. La tensione continua a salire, si verificano nuovi scontri a ridosso del grande portone della moschea, questa volta all'interno. I fedeli (tra cui molte donne) si schiacciano sul lato opposto e osservano attoniti l'evolversi degli eventi. Nessuno ovviamente si prende la briga di togliersi le scarpe anche se ci si trova in un luogo sacro. E' il caos! Il corteo riesce ad uscire ed è allora che gli addetti della moschea riescono a chiudere il portone e a riportare la calma all'interno.

All'esterno ancora scontri e la polizia in borghese rivela la sua presenza entrando in azione effettuando alcuni arresti ed alcune azioni di forza con lo scopo di riportare ordine. Un ragazzo viene strattonato dalla folla e costretto con la forza ad entrare in una macchina parcheggiata all'esterno della moschea. Il corteo lealista continua il percorso all'interno del suq dirigendosi fuori dalla Vecchia Damasco. Sono più o meno le 14.00 quando torna la calma. Rimangono alcune decine di poliziotti in borghese (si distinguono da uno spesso elastico verde che hanno intorno al polso) che controllano i documenti e gli apparecchi fotografici di pochi mal capitati, tra cui alcuni turisti, che si sono attardati a fotografare gli scontri. Non resta altro da fare che dirigersi verso Bakdash (sfiziosa gelateria nel suq al-Hamidiyeh), gustarsi un ottimo gelato con pezzi di pistacchio e riprendere a respirare tranquillamente.

Nella parte moderna di Damasco molti tassisti sono parcheggiati ed intenti ad incollare sui finestrini delle proprie vetture i soliti grandi stickers trasparenti sui quali è raffigurato il volto di Bashar al-Assad. Chiedo ad uno di loro se mi può accompagnare e mi risponde che non lavora, che è impegnato con gli stickers. Nel frattempo caroselli di auto si sono formati un po' ovunque nella città coinvolgendo con il loro clacsonare tutti gli automobilisti. Molte persone viaggiano sporgendosi dai finestrini mostrando foto in cui è ritratto il presidente o sventolando bandiere siriane. Passando davanti ad una serie di piccoli caffè disposti uno dopo l'altro, sento rimbombare lo slogan “Allah! Surya! Bashar w bas!”. E' l'eco proveniente dalle tv accese all'interno che stanno trasmettendo la manifestazione in tempo reale.
C'è un'atmosfera da "Una giornata particolare". Tutta la città sembra avere un'irrefrenabile voglia di dimostrare il proprio sostegno all'amato presidente.

Ghigo Orson Galera

Movimento in crescendo

Il movimento anti-confessionale libanese scende per la terza volta in piazza in meno di un mese e dimostra di avere un seguito in continua crescita



Beirut, 20 marzo 2011 – Il 27 febbraio scorso il movimento aveva emesso il suo primo vagito. Nonostante una pioggia torrenziale 2mila persone avevano risposto all'invito lanciato su Facebook da un gruppo creatosi spontaneamente sull'onda dell'entusiasmo suscitato dalle rivolte tunisine ed egiziane. Il gruppo chiamava i cittadini libanesi, a prescindere dalla confessione di appartenenza, a manifestare contro il regime confessionale-comunitario accusato di approfittare delle divisioni religiose per sostenere una classe politica corrotta e composta da ex criminali di guerra. La domenica successiva, 6 marzo, con una nuova manifestazione anti-settaria che ha attraversato la città di Beirut dal quartiere di Dora (periferia est) all'Elecrticity bldg. (nel quartiere di Mar Mikhael Nahr) il movimento era riuscito a dare una nuova prova di forza. Alla fine della manifestazione secondo le forze dell'ordine avevano partecipato 7mila persone, per gli organizzatori 15mila, ma il dato era chiaro, il movimento era riuscito a convincere molti/e a scendere in piazza per chiedere un cambiamento. Dopo due settimane di pausa (domenica 13 marzo la coalizione 14 marzo ha celebrato il sesto compleanno in Piazza dei Martiri) il movimento che si oppone al regime confessionale-comunitario è tornato in piazza sempre senza insegne di partito, sempre solo armato di bandiera libanese, ma ancora più numeroso ed ancora più convincente. Questa volta a sfilare lungo il percorso che andava da Place Sassine al Ministero degli Interni (di fronte al Sanayeh Garden) ci sono state ben 25mila persone. Lo slogan è stato ancora una volta “Ashab iurid asqat an-nizam at-taifi!” (la gente vuole la caduta del regime comunitario!). Ma non solo, attorno alla richiesta dell'abolizione del regime comunitario-confessionale (che vuol dire abolizione della divisione per comunità delle cariche politiche e delle quote comunitarie in parlamento), se ne sono coagulate molte altre come l'adozione di una legge elettorale proporzionale (in cui il Libano diventi un singolo distretto elettorale), l'introduzione nell'ordinamento dello statuto e del matrimonio civile, la possibilità per le donne di dare la nazionalità ai propri figli e ai propri mariti (qualora questi siano stranieri), ma anche richieste sociali, quali migliori condizioni lavorative, aiuti economici più consistenti da parte dello Stato verso le fasce più povere della popolazione e politiche statali che rendano il diritto alla casa, all'educazione e alla sanità più accessibili per tutti i cittadini libanesi. In segno di buon augurio il passaggio del corteo è stato più volte salutato dal lancio di riso da parte dei curiosi affacciati a finestre e balconi che hanno ricevuto il boato di ringraziamento dei manifestanti entusiasti. Davanti al Ministero degli Interni il corteo era atteso da altri giovani del movimento che proprio lì da diverse settimane hanno sistemato le proprie tende. La manifestazione si è quindi conclusa dopo il rituale inno nazionale libanese cantato da tutti e dopo la lettura delle rivendicazioni da parte di una rappresentante del movimento di fronte alle telecamere del canale televisivo libanese Al-Jadida. Con l'innegabile successo di questa terza giornata di mobilitazione il movimento ha dimostrato che sempre più gente vuole la caduta del regime.

Ghigo Orson Galera

foto di Noura Nasser

domenica 20 marzo 2011

La Seconda Rivoluzione dei Cedri?

La coalizione "14 marzo" per celebrare il sesto anniversario della Rivoluzione dei Cedri (14 marzo 2005), chiama il proprio popolo a radunarsi in massa come sei anni fa in Piazza dei Martiri nel centro di Beirut. Questa volta non per chiedere il ritiro delle forze siriane dal territorio libanese, ma per dire “NO!” alle armi “illegittime” di un avversario interno, Hezbollah.

Beirut, 13 marzo 2011 - Sono appena le prime ore del giorno, quando si cominciano a sentire in lontananza i primi segni della giornata che sarà. Il clima è perfetto, cielo terso e sole primaverile. Dalle 9.00 inizia un crescendo di clacson, di megafoni, di cori e di vociare. Il popolo del 14 marzo ha cominciato ad affluire verso piazza dei Martiri dove tutto è stato attrezzato già dal giorno prima per celebrare il sesto anniversario della Rivoluzione dei Cedri. A partire dalle 11.00 sono previsti, in ordine di importanza, gli interventi di vari leader ed esponenti della coalizione in un climax che avrà il suo culmine col discorso di Saad Hariri, primo ministro fino al 12 gennaio scorso, ora in carica ad interim.

Avvicinandosi alla piazza aumenta la concentrazione delle forze di polizia e dell'esercito che per evitare disordini hanno blindato la piazza con posti di blocco (utilizzando i carri armati) già a qualche centinaio di metri dall'ingresso della stessa. La piazza è tutta transennata e per accedervi bisogna passare per una perquisizione. Non solo, i leader si rivolgeranno alla piazza protetti da una schermatura in vetro antiproiettile che li dividerà dai loro sostenitori. Insomma nulla o quasi è lasciato al caso.
Una volta passati i controlli si apre davanti agli occhi una piazza carica di sole, persone e bandiere. Intorno al milione di presenze, si dirà poi, provenienti da tutto il Libano, ma anche dall'estero, dai paesi della diaspora libanese (Francia, Canada, Gran Bretagna, Stati Uniti, Costa d'Avorio, ecc.).
A prevalere sono le bandiere del Libano, ma non mancano bandiere di partito, quelle azzurre del movimento di Hariri Tayyar al-Mustaqbal (Corrente del Futuro), bandiere falangiste (del partito Kataeb), bandiere delle Forze Libanesi (partito di Samir Geagea) e un po' a sorpresa si intravedono alcune bandiere del Partito Socialista Progressista (partito druso) a testimoniare una seppur piccola, ma significativa fedeltà della comunità drusa alla coalizione. Nei mesi scorsi infatti il leader del partito druso, Walid Jumblat, ha lasciato la coalizione 14 marzo per aggregarsi a quella dell'8 marzo (consegnando a quest'ultima, seppure per pochi deputati, la maggioranza parlamentare). C'è chi dice, maliziosamente, per evitare ritorsioni da parte di Hezbollah e/o della Siria, c'è chi dice per senso di responsabilità nazionale.

A vegliare sulla piazza ci sono le gigantografie dei volti dei Martiri della Rivoluzione dei Cedri: Rafiq Hariri, Samir Kassir, George Hawi, Gebran Tueni, Pierre Amine Gemayel, Walid Eido, Antoine Ghanem. Uomini politici e giornalisti tutti assassinati tra il giugno 2005 ed il settembre 2007.

La parola d'ordine di questa giornata è “NO!” (“LA!” in arabo). “LA!” si legge sulle magliette e sui berretti di numerosi presenti. No alle armi che non siano quelle dell'esercito regolare libanese, no ai ricatti delle milizie armate (chiaro riferimento al partito/milizia sciita Hezbollah), no all'abbandono da parte del prossimo governo dell'intesa stipulata con l'ONU per il Tribunale Speciale per il Libano (TSL), no alla strategia stragista mirata ad eliminare personaggi scomodi della politica e della cultura che ha caratterizzato il recente passato del paese, no all'influenza delle potenze straniere nella vita politica libanese (Iran, Siria, ma anche Israele).

Dopo una serie di interventi da parte dei leader dei partiti minori e di altri esponenti della coalizione, tra cui Elias Atallah, della Sinistra Democratica (partito che ha tra i suoi fondatori uno dei martiri il giornalista Samir Kassir, ucciso nel giugno del 2005), Sebouh Kalbakian del partito della comunità armena Henchak e Dory Chamoun del Partito Liberale Nazionale, è stata la volta dei big.


Ad aprire le danze è Samir Geagea, il “Dottore” (Hakim), come viene chiamato qui, carismatico e controverso leader delle Forze Libanesi, nonché ex warlord condannato all'ergastolo per aver ordinato quattro omicidi politici durante la guerra civile (tra cui quello dell'ex premier Rashid Karami) e in libertà grazie ad un'amnistia votata dal Parlamento appositamente per lui nel luglio 2005.
Un grande boato della folla segue l'annuncio del suo arrivo sul palco, seguito dal coro “HAKIM! HAKIM!” che contagia tutta la piazza.
Geagea scalda i presenti annunciando una Seconda Rivoluzione dei Cedri, questa volta non diretta all'allontanamento di un nemico esterno dal territorio libanese (all'epoca le forze siriane), ma contro un nemico interno armato, Hezbollah, e contro il suo “statelet”, Stato nello Stato.

Anche Amin Gemayel alla testa del partito falangista Kataeb (ex milizia), riafferma i principi della Rivoluzione dei Cedri. Secondo l'ex Presidente della Repubblica, Hezbollah ha dimenticato la sua funzione anti-israeliana, ha dimenticato le varie questioni territoriali causa di controversie tra i due paesi confinanti e ha rivolto verso l'interno il suo potenziale militare servendosene nella discussione politica come leva di ricatto costante. Il suo solo obiettivo, secondo Gemayel, è l'annullamento dell'intesa stipulata dal Libano con l'ONU sul TSL (che si suppone stia per accusare alcuni esponenti di primo piano del partito sciita), ma “noi vogliamo che il TSL faccia luce sulla verità”. Insiste ancora l'ex presidente affermando che “l'unità e la stabilità del paese non potranno mai essere realizzate senza che le armi illegittime vengano rimosse”. Solo così è possibile “salvare il Libano e costruire lo Stato”.

Nell'attesa del leader della coalizione, Saad Hariri, vengono srotolati lungo i due lati dell'edificio del Virgin Megastore, alle spalle del palco, due enormi teli. Da un lato la bandiera libanese, dall'altro una gigantografia del sovrano saudita Abd Allah bin Abd al-Aziz Al Saud a ribadire, se ce ne fosse bisogno, chi c'è dietro alla famiglia Hariri e al sostegno alla comunità sunnita libanese.

La musica annuncia l'imminente arrivo di Saad Hariri e partono i cori “Saad! Saad!” sulla scia dei quali fa il suo ingresso trionfale il quarantenne figlio dell'ex premier Rafiq Hariri (ucciso sei anni fa in un attentato e sul cui assassinio sta investigando il già citato Tribunale Speciale per il Libano). La piazza si scalda per la presenza sul palco del suo leader e per il sole già pienamente primaverile nonostante sia appena metà marzo. Hariri con un gesto che si addice più ad una rockstar che ha un capo di partito si toglie la giacca e si rimbocca le maniche, la folla apprezza ed esulta. Faticando a sovrastare con la sua voce gli incitamenti della folla comincia il suo discorso. E' “impossibile che le armi sconfiggano un popolo che chiede verità, giustizia e democrazia”. “Noi non rinunceremo alla nostra libertà, alla democrazia e alla Costituzione” e aggiunge che tutte le armi fuori dal controllo dello Stato devono essere consegnate all'esercito, questo “Non è impossibile!”. “Ciò che vogliamo è che sia l'esercito libanese a difenderci da Israele” e non Hezbollah. Al contrario, insiste Hariri, “impossibile è che qualcuno mantenga la propria poltrona per venti anni”, facendo riferimento a Nabih Berri leader di Amal (movimento sciita che fa parte della coalizione 8 marzo) da venti anni Presidente della Camera. “Accettate armi che siano fuori dal controllo dello Stato? Accettate un governo che cerchi di eliminare il TSL?” Saad Hariri incalza la piazza che euforica ad ogni domanda risponde all'unisono con un secco “NO!”. E ancora “Accettate che il Libano sia in mani straniere?” (alludendo all'Iran e alla Siria). “Avete sentito loro (8 marzo) dire ancora una volta che (ottenere ciò che rivendichiamo) è impossibile. Ma questo non funzionerà perché già sei anni fa, quando Rafik Hariri fu martirizzato e ci siamo riuniti in questa piazza, sapevamo che nulla è impossibile" ribadisce Hariri.

Terminato il discorso il leader sunnita saluta il suo popolo e lo invita a seguire il corteo di auto (dei SUV blindatissimi) con cui si allontanerà dalla piazza, per un ultimo bagno di folla. La piazza risponde accerchiando il corteo di vetture parcheggiate dietro al palco per salutare il proprio beniamino. Poi tutti tornano a casa, chi a piedi, chi in macchina, chi a bordo di un autobus sgangherato; stanchi, ma soddisfatti per le parole di fermezza che hanno sentito pronunciare dai propri leader.

L'unico “incidente” della giornata viene registrato in serata nella regione della Bekaa dove alcuni giovani hanno bloccato le strade dando fuoco ad alcuni pneumatici per ostacolare il rientro di coloro che tornavano da Beirut. Una piccola provocazione che non ha macchiato una giornata sostanzialmente di festa.

Ghigo Orson Galera